cazzacarn’ o disperati?


Il premier Mario Monti spiega così le intenzioni del governo sulla riforma del lavoro: «Occorre che la protezione delle persone nel mercato del lavoro non diminuisca, ma diventi più equilibrata e con una protezione meno concentrata sul singolo posto di lavoro e più concentrara sul singolo lavoratore, quindi con una esigenza di mobilità nel tempo».

Che vorra dire? Un’azienda va in crisi a Ceglie Messapica e i suoi dipendenti trovano lavoro in un’altra azienda, chessò, di Martina Franca? Oppure che un dipendente, pubblico o privato, col datore di lavoro multilocalizzato, per continuare a lavorare deve, a piacere dello stesso, traslocare magari a 500 Km di distanza lasciando gli affetti a casa? Si vuole cioè creare lavoro trasferendolo da un individuo radicato a un altro ipotetico disponibile?  Non vedo tutta questa protezione, vedo piuttosto un ricatto immorale. Cattivi maestri questi professori!

Intanto io e il Diavoletto abbiamo twittato a botta di statistiche. Sembra che non si debba parlare più solo di occupati e disoccupati, ma anche di rinuncie definitive alla ricerca del lavoro. Fenomeno da non confondere con i noti cazzacarn‘, ma risultato di una sconfortante resa delle armi alla disperazione.

“TASSO DI DISOCCUPAZIONE”[1]nei comuni della provincia di BRINDISI

P Comuni Tasso di Disoccupazione
(%)
SAN PANCRAZIO SALENTINO 20,8
SAN VITO DEI NORMANNI 18,9
MESAGNE 17,3
SAN MICHELE SALENTINO 16,4
BRINDISI 16,1
CAROVIGNO 15,9
VILLA CASTELLI 15,7
LATIANO 15,7
ERCHIE 15,7
10° ORIA 14,7
Provincia di BRINDISI 14,7
11° CELLINO SAN MARCO 14,4
12° TORCHIAROLO 14,2
13° CISTERNINO 13,3
14° FASANO 13,2
15° TORRE SANTA SUSANNA 12,4
16° OSTUNI 12,3
17° SAN DONACI 12,3
18° CEGLIE MESSAPICA 12,1
19° FRANCAVILLA FONTANA 12,0
20° SAN PIETRO VERNOTICO 11,2

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24 risposte a cazzacarn’ o disperati?

  1. Angelo Palma ha detto:

    Dalla statistica emerge per Ceglie un alto tasso di gente che ha rinunciato a cercare lavoro e quindi non figura tra i disoccupati. Diversamente sarebbe strano che il nostro paese con il 12,1% stia meglio di Ostuni, Fasano e Brindisi città.
    Questa rinuncia è un fatto molto negativo. Il lavoro purtroppo non lo si può trovare vicino casa. Molti di noi, me e te compreso, hanno trovato almeno la prima occupazione lontano da casa. Conosco persone volenterose che recentemente si sono mosse da Ceglie per recarsi nel milanese dove hanno costituito una cooperativa molto attiva. Altri con scuse varie sono rimasti a vita a carico dei genitori.
    Non c’è nessun governo che possa garantire il lavoro sotto casa, soprattutto se il sistema prevede investimenti privati. Nessun sindacato sposa la “tesi della immobilità”. Quando la Montedison negli anni ’80 del secolo scorso ristrutturò lo stabilimento di Brindisi offrì a molti il trasferimento in altre realtà e il sindacato non fu contrario.

    • smemorato ha detto:

      Si, ma non ti pare d’intravedere (e neanche tanto nascosto) un attacco a una generazione che subirà il rinvio dell’età della pensione e che rischia di perdere anche il posto di lavoro prima di raggiungerla? Esemplifico, se un dipendente pubblico che ipoteticamente lavora a Ceglie e all’età di 55 anni si vede proporre dal pubblico datore di lavoro la scelta fra conservare il lavoro e andare a lavorare nell’amministrazione comunale di Termini Imerese, è quasi certo che rinunciarcerà al lavoro per ovvie ragioni pratiche che mi pare inutile spiegare; credi che sia giusto? A me pare un trucco. Non toccano l’articolo diciotto, ma introducono una chiara possibilità di ricatto. Ricordiamo infine che la generazione di cui si tratta, insieme ai nonni in pensione sostiene quelli che non trovano lavoro. Per quanto riguarda quelli che definiamo a Ceglie cazzacarn’, beh quelli ci sono sempre stati. Creiamo opportunità di lavoro, non oppurtunità di dimissioni di chi ha lavorato una vita. Lavoro nuovo non lavoro vecchio da ridistribuire!

  2. Sono ragionamenti “a cazzo di cane”, si diceva dalle mie parti, quelli di Monti e mandanti sul lavoro, lo sviluppo e lo stato sociale, compresi gli ammortizzatori e similari!
    “A cazzo di cane” sono anche i ragionamenti di chi lo sostiene contro gli interessi sacrosanti dei propri elettori materiali e morali (a causa del “Porcellum” sono eletti da capipartito)!
    “A cazzo di cane” due volte chi si rintana nei partiti di sinistra per fare gli interessi di marchionne, e compagni di merendine oscene alle spalle dei lavoratori, senza pudore e senza vergogna neanche quando il sindacato viene “sfrattato” brutalmente dai posti di lavoro.
    “A cazzo di cane” blateriamo tutti quando partecipiamo al rattoppo della Costituzione dei Diritti e delle Libertà con le pezze immonde e sporche che questi signori del c. ci propongono.
    Questi sono tutti da abrogare, come le leggi di c. che hanno prodotto in questo ultimo ventennio per uso personale e per incatenare i lavoratori e chiunque gli si opponga.
    “A cazzo di cane” ragiona ancora chi finge di non sapere la differenza tra “poveri” di cui si parla oggi dopo anni di regime e “meno abbienti” come erano i meno fortunati prima del regime.
    Tutti poveri dobbiamo diventare per la maggior gloria di questa congrega di “cani affamati come iene”. Tutti poveri per gradi siamo già stati condannati a diventare per oggettivare la loro gloria.
    Più il loro disegno avanza e si realizza e più cruenta sarà la reazione.
    Siccome ragionano “a cazzo di cane” non si accorgono che stanno per fare stracolma la misura e si avvicinano inesorabilmente alla propria fine.
    Pietro Santo

    breve (un pensiero di rispetto per un Uomo che “comunque” ha rispettato e difeso la nostra Costituzione)

    • smemorato ha detto:

      Anche un mio pensiero va al “compagno Scalfaro” che con pratica retorica ha condotto una vita politica con la schiena dritta. Uno dei pochi che sbagliando ha imparato!

  3. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  4. carolemico ha detto:

    Ciao a tutti, certo non tutti possono avere la fortuna di trovare il lavoro all’angolo della strada dove abita. Qualcuno deve pur allontanarsi dal nido familiare, io per esempio per lavoro ho girato mezza Italia e son tornato al paesello solo una volta andato in pensione, dopo quasi 40 anni.
    In quanto ai disoccupati, bisognerebbe vedere caso per caso, parecchi di questi lavorano in nero o sono giornalieri che non vengono (o non vogliono loro, per chissa quali interessi personali essere) regolarizzati dai datori di lavoro.
    E poi chi non conosce il famoso detto napoletano:- chi lavora mangia, chi non lavora mangia e beve. In questo detto c’è una grandissima verità, verità che nasconde tutto un mondo.

    Buona settimana a tutti.

  5. Angelo Palma ha detto:

    In un economia comunista si può stabilire di distribuire le realtà produttive in funzione della domanda di lavoro. In un’economia di libero mercato non è così a meno che si introducano degli incentivi che rendano conveniente l’investimento privato. La distribuzione in funzione della domanda è pure possibile in un’economia mista, quella che ci fu, nel dopoguerra e fino ai primi anni ottanta, in Italia e non solo. Sorsero da noi la Montecatini, l’Italsider, la Stanic, l’IP, la Cementir che diedero tanto lavoro. Le prime due economie fallirono a causa dell’inefficienza gestionale che giustificò, a cominciare dagli anni ’80, il clima di generale liberismo. Ma anche l’economia di mercato mostra oggi tutti i suoi limiti. Quella iniziata nel 2008 è probabilmente una crisi strutturale del sistema capitalista, prova ne sia che non si riesce a uscirne. Forse bisogna riabilitare, adeguandolo alla realtà, il modello socialdemocratico, messo in crisi dalla concorrenza della globalizzazione. Non vedrei altre vie.
    Questa lunga premessa serve a chiarire da quale angolazione nasce la mia realistica posizione: oggi il lavoro, nuovo o vecchio, si va a cercare dove c’è sia nel senso geografico che di settore. Non capisco perché questo concetto deve valere per alcuni lavoratori e per altri no.

  6. Angelo Palma ha detto:

    Ho dimenticato la Lepetit a Brindisi, ma ce ne furono tante altre. Personalmente scelsi la facoltà in funzione di quelle offerte di lavoro.

  7. smemorato ha detto:

    Evidentemente non mi sono spiegato. Il governo tecnico, per quanto mi riguarda, non deve studiare solo provvedimenti in negativo. Deve positivamente creare nuovi posti di lavoro, ottimizzando ed incrementando gli investimenti pubblici e stimolando – come peraltro il Prof. Monti ventilò nel suo discorso di fine anno – i privati ad investire soldi propri nell’economia vera non in quella avvelenata della pura finanza che continua a menare la danza. Mi pare lapalissiano che chi cerca il primo impiego non può limitarsi al cercare nel cortile di casa, il mondo è grande. Fermo resta che chi governa deve stimolare il meno possibile l’immigrazione e l’emigrazione, altrimenti che abbiamo parlato a fare per oltre un secolo di “questione meridionale”?

  8. Pietro Palmisano ha detto:

    Scusate se rientro….nei discorsi “a cazzo di cane”….
    Ma è sicuro che “vicino a casa” non si possano creare, o meglio riscoprire, possibilità di lavoro?
    Per non andare lontano nel tempo, per tutte quelle cose che si sono dette fino a qualche giorno addietro, è certo che le imprese si possono fare solo altrove?
    E i giardini didattici, il turismo agreste, la cucina mediterranea, l’enogastronomia, perfino i famigerati campi da golf (giusto per non trascurare nulla), non sono questi ambiti, ed i “servizi” e gli indotti che ne derivano necessariamente, da intraprendere “vicino a casa”? O parliamo “a cazzo di cane” come monti e saccone?
    Di lavoro se ne deve parlare e progettare con chi lo deve fare, con i lavoratori, tecnici, operai, impiegati, con gli imprenditori, con gli artigiani, con i sindacati, con la cittadinanza, il sindaco, il consiglio comunale, le associazioni culturali, la scuola, il territorio che conosce i propri bisogni e le proprie risorse e potenzialità, oltre che aspettative e aspirazioni. Se no che lavoro è?
    Questo per voi potrebbe essere lavoro o parlare ancora “a cazzo di cane”?
    Altro che andare a cercarsi il lavoro!
    I monti e i sacconi ed i marchionni pieni di c. ci vogliono tutti migranti, staccati dalle nostre terre, dai nostri affetti, dalle nostre radici, per sfruttarci meglio. Senza cuore e senza diritti.
    Altro che professori! Sono solo celebranti “porporati” del capitalismo più sporco. Privilegiati sicuramente: per sedere alla tavola del padrone devono pur pagare un prezzo e rendersi utili! Idioti!
    Per me ragionano “a cazzo di cane”, non so per voi…

    Pietro Santo

  9. Ti ringrazio! Anche la nostra segretaria mi da ragione: leggi la sua lettera di risposta a Scalfari su Repubblica. Io ci aggiungerei pure che quando parlavamo di mobilità negli anni settanta rivendicavamo il diritto di non morire “incatenati” ad un posto di lavoro, chiedevamo di poter allargare i nostri orizzonti con altri saperi e con altre esperienze, avevamo capito che non siamo noi uomini per le macchine, ma sono le macchine per noi uomini, avevamo capito che “non fummo fatti a viver come bestie…”. Cosa che lor signori negano caparbiamente: per loro siamo solo asini da soma, gli interessa solo che lavoriamo e che siamo tanti, in modo che quando ne cade uno se ne trova un altro pronto a prendere il carico.
    E se incominciassimo a mettere fuori legge il “profitto” fine a se stesso e gli stipendi milionari dei manager e dei “tagliatori di teste”? Se si rubricasse l’opera di questi ultimi come grave reato, alla pari dell’omicidio seriale, e gli si appioppasse la galera oltre che il sequestro e l’esproprio dei beni accumulati con questa immonda professione?
    Se si chiamassero le cose col nome più consono?
    Delinquenti e criminali!
    Pietro Santo

  10. small ha detto:


    La diseguaglianza è dettata dallo spostamento progressivo dei profitti oltre che a reddito dei “capitalisti”, a speculazione (o si preferisce investimento?) di natura finanziaria. Così si riducono, oltre che la redistribuzione, anche gli investimenti in innovazione, ricerca, formazione e in prodotti a maggior valore e più qualificati.

    Senza investimenti, si è scelto di produrre precarietà, traducendo l’idea di flessibilità invece che nella ricerca di maggior qualità del lavoro, di accrescimento professionale dei lavoratori, in quella precarietà che ha trasferito su lavoratori e lavoratrici le conseguenze alla via bassa dello sviluppo. In sintesi: lo spostamento sui lavoratori dei rischi del fare impresa.


    Ancora, un Piano del Lavoro per giovani e donne del nostro paese a cui non possiamo solo raccontare che avranno meno tutele perché i padri gli avrebbero mangiato il futuro. Un Piano per il Lavoro che voglia bene al nostro paese, non solo perché la Cgil (per troppo tempo da sola) ha indicato che non fare politiche industriali e di sistema ci avrebbe portato al declino, ma perché non ci sfugge il pericolo economico e democratico di una crisi prolungata di cui la disoccupazione è primo indicatore.

    A noi è chiara l’emergenza così come la necessità di una nuova idea di sviluppo. Per questo, voler bene al paese e voler attivare i giovani, o meglio riconoscergli l’età adulta, può partire dalla scelta pubblica e politica di un Piano del Lavoro.


    Il coro sull’importanza del rilancio della produttività trascura di cimentarsi con le cause del suo declino in Italia. O inventa cause di comodo: qualcuno arriva a teorizzare l’assurdità che sarebbe per colpa dell’articolo 18. Al contrario, la produttività nel nostro paese decresce al crescere della precarietà, che non ha neanche incrementato l’occupazione, producendo, invece, quel lavoro povero su cui sarebbe bene interrogarsi.


    Siamo i primi ad apprezzare che l’Italia sia tornata al tavolo dei grandi, a sostenere sforzi per far ripartire il paese, ma se ogni scelta presenta il conto solo al lavoro (nella finanziaria la cassa sulle pensioni; nelle liberalizzazioni il contratto ferrovie e l’equo compenso dei tirocinanti, ad esempio), abbiamo il legittimo dubbio, anzi la certezza, che si affronta il ” nuovo” con uno strumento antico e che il fine non sia far ripartire il paese, ma “salvare il soldato Ryan”. Se sarà così, non si salverà l’Italia ma una sua piccola parte, che forse non ha bisogno di salvarsi, perché lo fa già tra evasione, sommerso e lobbismo di ogni specie.

    Susanna Camusso Segretario generale della Cgil
    (risposta a Scalfari di Repubblica)

    • smemorato ha detto:

      Ho letto l’articolo di Scalfari che ha suscitato questa risposta della Signora Camusso, non ci ho capito molto, sicuramente per miei limiti. D’altra parte la risposta “della segretaria” della CGIL mi è molto chiara e la condivido, come si può evincere dai miei precedenti commenti. Una sindacalista che fa sua parte e stà dalla sua parte, dovrebbe essere ascoltata, non informata e basta da chi ci governa.

    • smemorato ha detto:

      Ciao!
      Questi si chiamano evasori fiscali, riciclatori di denaro sporco, che un certo governo in passato per ben due volte “ha scudato” per quattro soldi di “tangente”. Molti di loro rinunciano ad investire nell’economia vera per giocare alla roulette della finanza. Il governo dovrebbe molto concentrarsi su cosa fare per trattenere quei denari in Italia: è difficile, ma si può fare!

  11. small ha detto:

    «Bisogna spalmare le tutele su tutti, non promettere il posto fisso che non si può dare. Questo vuol dire fare promesse facili, dare illusioni. Non vogliamo che non esista la possibilità di licenziare, ma che chi è stato licenziato sia aiutato dalle istituzioni e dall’azienda di trovare in tempi ragionevoli una nuova occupazione». Lo ha affermato il ministro del Lavoro, Elsa Forneno, all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università degli Studi di Torino.

    • smemorato ha detto:

      Pare un dialogo fra sordi, ma se dalla legge Biagi in avanti il posto fisso è riservato unicamente a qualche mosca bianca di cosa si parla? La chiarezza sarebbe benvenuta, volete cancellare l’articolo 18? Ditelo! Girarci intorno è scorretto!

  12. Basta vederli prendere per il culo i giovani italiani: bamboccioni, sfigati, vogliono il posto di lavoro fisso e vicino alla gonna della mamma (!), l’art. 18 allontana gli investimenti, e simili coglionate.
    E poi qualche giornalista, come se non l’avesse mai saputo, scopre che i figli di QUESTI ministri sono superstipendiati come e più dei genitori. Vergogna! Vergogna! Vergogna! Alla ghigliottina!
    Ci vogliono mille Antonello “sardi” che gli dicano come al Castelli: ” …voi, Monti, Fornero, Cancellieri, Severino, Martone, nonno Napolitano e tutti quanti, voi a noi non ce li rompete i coglioni, non ci rompete i coglioni, non ci rompete i coglioni, non ci….”
    Pietro Santo

    • smemorato ha detto:

      In effetti, fanno perdere proprio la pazienza ai Santi. Quando capiranno che possono creare lavoro, reddito e aumento del PIL semplicemente facendo funzionare la politica? E’ ora di preoccuparsi e occuparsi del bene comune. Basta coi piagnistei sui disastri ambientali e sui treni che non affrontano il freddo. Occorrono investimenti nelle infrastrutture veramente necessarie e per il recupero del territorio nell’alveo delle leggi di natura. Chi altri lo può fare se non lo Stato che si è impegnato invece a sfondare una Valle e comprare aerei d’offesa e non di difesa?

    • smemorato ha detto:

      “Il governo la smetta di provocarci e ricambi l’amore che gli dimostriamo”
      Giacomo Vaciago (in diretta da Ballarò)

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