dedicato a Celentano


“L’integralismo religioso, vuol dire praticare una religione con tanta crusca, infatti fa fare delle grosse cacate„ Maurizio Crozza

Bicchiere d'acqua

Sarebbe bello, che s’imparasse a parlare delle poche cose che si conoscono e tacere su tutte le altre, sarebbe bello guadagnarsi da vivere col proprio mestiere non con quello degli altri. Sarebbe bello…

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10 risposte a dedicato a Celentano

  1. pliniosenior ha detto:

    Soltanto un cenno alle dichiarazioni di Celentano perché più di tanto non meritano. Una persona non può utilizzare un mezzo pubblico per vendicarsi di critiche ricevute. Può rispondere a esse, ma non chiedere addirittura la chiusura di pubblicazioni, quali esse siano, nel caso specifico L’Avvenire e Famiglia Cristiana. La libertà di stampa è un diritto universale

  2. Celentano a parte, la libertà di stampa dovrebbe essere conseguente alla libertà di pensiero. (Celentano a parte)
    La libertà di pensiero viene prima.

    Pietro Santo

    • pliniosenior ha detto:

      Mi metti in difficoltà dal punto di vista teorico. E’ chiaro che se uno deve scrivere un articolo, deve prima pensarlo e quindi l’ordine di priorità è quello da te evidenziato. Tuttavia la libertà di pensiero di ognuno di noi trova un limite in quella degli altri. Non si può dire a una testata giornalistica: tu devi chiudere. E’ la prima volta che lo sento affermare. Si possono però contestare gli scritti non condivisi di quel periodico.
      Pertanto fino a quando Celentano critica i contenuti di un articolo, si esprime nei limiti della propria libertà di pensiero. Quando invece non vuole che gli altri si esprimano (e dice: dovete chiudere), viola di essi prima la libertà di pensiero e poi quella di stampa.

    • smemorato ha detto:

      La libertà di pensiero è citata dall’articolo 18 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo : «Ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo…» anche gli integralisti possono.
      Il libero arbitrio fa il resto e la decenza vuole la sua parte; l’utilizzo (autorizzato a ufo nel caso Celentano) di un mezzo di pubblica utilità (paghiamo una tassa per usufruirne) dovrebbe essere oggetto di una riflessione ulteriore prima di liberamente manifestare il proprio pensiero.
      Chi mette in vendita la propria libertà di pensiero se la vedrà con la propria coscienza. Esprimere un giudizio è esercizio di libertà di pensiero.

  3. ceglieterrestre ha detto:

    Da anni che nun guardo la TV. trovo le notizzie sur Pc, ‘n sto modo me regolo se posso apri’ la finestra.
    Vabbé er molleggiato me piaceva quanno cantava, ma l’anni passano pe tuttiquanti.
    Basta prenne cuscena e la smette de cojona’ ;)ciao

  4. Carissimo Plinio e molto caro Smemorato
    non ho più l’età per pensare “con ventiquattromila baci” o “neanche un prete per conversar”.
    Però da allora mi porto appresso le regole ferree dei binari del sillogismo e voi due capirete.
    Dice Dino Boffo, proprio quello scardinato dalla direzione di Avvenire dalle veline intossicate passate dalle stanze vaticane sulle prime pagine di alcuni giornalacci pagati dal divino sultano grazie alla libertà di pensiero e di stampa diffamatoria e brigantesca, che quello di Adriano è stato un “monologo farneticante”.
    Io vi dico che il quadrato è un cerchio e che il cerchio è un quadrato: alla fine tutto torna. Serve all’Avvenire la libertà di pensiero e di stampa, quando non è capace di difendere e di tenersi il proprio direttore, Dino Boffo, attaccato da vili briganti di strada al soldo del “barone” di Arcore? Avvenire ha provato mai a indagare seriamente l’origine delle veline usate contro il detto Boffo?
    Dite che servono giornali (sono più nobili dello scottex?) come Il foglio e Avvenire? Direte: nel cerchio e nel quadrato che ci azzecca Famiglia Cristiana che è un settimanale di chiara ispirazione “comunista” (lo sanno anche in ambienti ecclesiastici) a rischio scomunica? Proprio perché comunista sta a Monti come il PD: da un lato consola gli afflitti e dall’altro vota la fiducia ai professori mandati da Dio.
    Il problema non sono in fondo i due giornali. Il vero problema, la vera bestemmia è il paragone tra Don Gallo e gli altri. Perché i due giornali non sono tanto amati neanche dai suoi improvvisati difensori d’ufficio.
    Ciao
    Pietro Santo

    • smemorato ha detto:

      Hai ragione, Pietro, ti ho capito. I tuoi ragionamenti sono sillogici, ma segui ora il mio di sillogismo se un cantante prestato all’arringa difende nello stesso discorso dipendenti FS confinati su una torre della Stazione Centrale dall’Italia di Berlusconi/Monti e don Gallo confinato dalla sua amata Chiesa nell’area degli innominabili, perchè non dovrebbe amare la libertà di stampa che permette anche all’Avvenire e a Famiglia Cristiana di occuparsi di entrambi i “casi”; magari con distinguo e prese di distanza, ma se ne occupano. E che diritto ha quel Signor cantante di mettere tutti i ministri della Chiesa nello stesso mazzo, ci sono preti eroici e preti scapestrati, perchè tutti in un mazzo?
      Boffo ebbe solidarietà dai suoi colleghi, pelosa? Forse, ma poteva provare a resistere invece di limitarsi ad un ultimo editoriale: «Le dimissioni sono l’amaro e sconcertante esito del plateale e ripugnante attacco mediatico a cui Boffo e il nostro quotidiano sono sottoposti da giorni» ha spiegato il Comitato di redazione del giornale dei vescovi. «Abbiamo assistito – hanno scritto i giornalisti in un documento redatto al termine di una lunga assemblea – a un’aggressione mediatica senza precedenti con l’obiettivo di colpire una persona, Dino Boffo, e attraverso lui la voce autorevole e libera dei cattolici italiani e del loro quotidiano, minacciando la libertà di informazione. Si è trattato di un’operazione di bassa macelleria giornalistica».

  5. Post scriptum
    Lasciatemi aggiungere che non la penso come Adriano (infatti Lui non pensa, parla la sua lingua). I due giornali restano in edicola nonostante Lui e me (addirittura FC entra tutte le settimane in casa mia con o senza supplementi), finché lor signori vestiti di porpora lo vorranno.
    Io non vedo Sanremo come l’amica romana non accende la TV, ma ho dovuto interessarmi di queste piccolezze perché Adriano e Lei così hanno deciso!
    Pietro Santo

  6. smemorato ha detto:

    è meglio che continui a cantare, gli viene ancora bene

  7. smemorato ha detto:

    Ricevuto via mail.

    Cari amici di Milania,
    perdonateci se vi inviamo una riflessione su un tema, come il Festival di Sanremo, apparentemente molto distante dalle cose di cui ci occupiamo, ma talvolta le cose più profonde sono proprio quelle sotto gli occhi di tutti. Se volete commentarlo potete farlo su http://www.milania.it .

    LA DITTATURA DEL SERVILISMO ANESTETIZZA ANCHE LA MORTE
    Il Festival di Sanremo è – al di là della buona o cattiva fede dei suoi protagonisti – la migliore rappresentazione del rapporto che il Paese ha con il potere, cioè l’attitudine ad “annusare il vento” e la volontà di compiacere sempre chi “vince” e mai chi “dice la verità”. Le ragioni storiche per cui in Italia il servilismo è così dilagante sono complesse e hanno a che fare con la storia della Chiesa, la debolezza politica delle classi dirigenti, il peso atavico del familismo e, last but not least, il lungo permanere della corporativizzazione medievale e cristiana dei ruoli che ha parificato ogni valore delle funzioni, per cui ladri, filosofi, puttane,artisti, politici e intellettuali devono tutti essere egualmente collocati nella retorica del servire una “morale” (dietro cui si nasconde sempre un potere), cioè, in ultima analisi, devono sempre essere dei “servi”. Non mi interessa introdurre giudizi di valore, ma semplicemente descrivere. E allora torniamo a Sanremo: l’anno scorso, quando si percepiva che l’avventura berlusconiana volgeva al termine, vinse Roberto Vecchioni, un’autentica icona artistica della componente politica avversa al Governo. In questo anno – misurata l’inconsistenza dell’opposizione e l’avvento di nuove forme “etiche” della politica – hanno vinto tre donne molto diverse rispetto alla “solita” carnalità prorompente di Belen e le altre. Insomma, ha vinto – con plateale eccesso di zelo – quella suggestione che, sulla base di un recente intervento del ministro Fornero, si pensava potesse essere la più apprezzata dal nuovo governo ”tecnico”. Naturalmente, esattamente come lo scorso anno, tutti hanno condiviso queste scelte, a testimonianza della funzione di cartina di tornasole svolta dal Festival.

    Poiché il compito di chi affronta la “fatica del pensare” è quello di cercare un altrove rispetto alla retorica prevalente, seguiamo il vecchio Brecht per cui “dalla parte della ragione tutti i posti sono sempre già occupati” e prendiamo sul serio l’elemento più trascurato dal Festival, cioè il contenuto e il senso del monologo di Celentano. Tenendo presente il contesto di dichiarata ingenuità e ignoranza dell’artista, la richiesta ai giornali cattolici di occuparsi della principale promessa della religione, cioè la vita dopo la morte terrena, non solo era motivata, ma talmente doverosa da reclamare – ovviamente sempre in quel contesto – un’azione ben più punitiva della semplice chiusura dei giornali. Se la parola terrena di Dio non parla della sua principale promessa, i casi sono due: o chi la interpreta è un blasfemo traditore oppure Dio non è più tra noi. Mentre Celentano prende in considerazione solo la prima ipotesi, la filosofia contemporanea ha già ampiamente metabolizzato da più di un secolo la seconda. L’annuncio della morte di Dio Nietzsche lo affida a Zarathustra nel 1884 e da allora si è così diffuso nei nostri comportamenti che nemmeno i bambini ritengono più affidabile il Dio della religione.

    Naturalmente, la storia ha bisogno di Dio e quindi ha velocemente sostituito il vecchio e canuto Dio della Religione con il nuovo e scintillante Dio della Tecnica. Anche il nuovo Dio si occupa della promessa intorno alla morte e lo fa con la cogente immanenza dell’allungare la vita. Tutti, a partire dalla Chiesa, sanno questo. Solo la fanciullesca e beata ingenuità che Celentano vuole rappresentare può permettersi la sfrontatezza di chiedere alla famiglia come passa le sue giornate un padre che, in realtà, è già morto. Proprio perché la domanda di Celentano è totalmente fuori luogo e fuori tempo, noi dovremmo ascoltarla con rispetto e, invece di reagire stizziti con l’arma culturalista (come, Corriere in testa, ha fatto tutto il circuito politico-mediatico), dovremmo prestare attenzione a una domanda di fondo che, se è vero che non può più trovare adeguata risposta nella tradizione, tuttavia è altrettanto vero che necessita sempre della ricerca di una risposta. L’ultimo libro di Emanuele Severino “La morte e la Terra” parla di questa risposta. Purtroppo, però, Severino non è Celentano e la difficoltà del suo scritto risulta accessibile solo a poche centinaia di persone, ma se Celentano parla della stessa cosa a 15 milioni di persone, perché non dovremmo ascoltarlo e, nello sforzo di adeguare il discorso a linguaggi e metafore comprensibili, provare a dargli risposta?

    Alessandro Aleotti

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