forum turistico a Ceglie


Il forum “Dalla A alla Puglia: Le politiche del turismo per la Puglia”, organizzato dall’Università Europea per il Turismo farà tappa, martedì 10 aprile alle ore 15, presso il Castello Ducale di Ceglie Messapica (Br). Si parlerà di costruzione di prodotto.

Ieri, mercoledì 28 marzo, nel chiostro comunale di San Giovanni Rotondo si è parlato di domanda turistica, cercando di definire iniziative che promuovano il turismo pugliese. Le criticità riguardano viabilità, indicazioni stradali, assenza di sistemi architettonici territoriali e soprattutto la capacità di far sistema tra enti locali, privati ed enti formativi. Il Gargano, in particolar modo potrebbe puntare per crescere sul turismo religioso e congressuale. Il primo deve cercare di trattenere più a lungo i turisti, cercando di andare oltre il turismo mordi e fuggi, intento che si può raggiungere creando un itinerario religioso alla stregua del “Cammino di Santiago da Compostela”. Si è trattato del primo incontro propedeutico alle cinque giornate del forum che si terranno dal 20 al 23 maggio e affronteranno cinque problematiche della questione turismo. C’è da sperare che il castello sia nelle migliori condizioni, quelle adatte a un consesso che si occupa di sviluppo turistico; ogni riferimento alle reticelle da pollaio di cui si è trattato recentemente è intenzionale. Naturalmente, se il problema è stato risolto, come non detto.

Foto Ceglie Messapica: Castello Ducale

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6 risposte a forum turistico a Ceglie

  1. Ci dovrebbe essere una Autorità che impedisca certi scempi!
    Converrete che non si può lasciare una rete per polli al cancello del castello per così tanto tempo.
    Non si può permettere una colata di cemento sulle tombe messapiche (a Oria)!
    Non si può permettere la triturazione di una cripta per farla sparire (a Brindisi)!
    Ci vuole un’Autorità più competente della Soprintendenza e più Autorevole, “capace” di fermare e di impedire tali scempi!
    Ci vuole!
    Pietro Palmisano

    • smemorato ha detto:

      Insomma: meno teoria, più pratica!

      • Certo, meno teoria e più pratica! Ma anche e sopratutto onestà.
        Se tu guardi i quotidiani locali di questi giorni non puoi fare a meno di incazzarti, e poi se la prendono con un tale Pietro Santo.
        Alla cronaca di Brindisi puoi notare il compiacimento della testata per i ritrovamenti archeologici sul lungomare.
        Ma se gli parli di ritrovamenti distrutti durante gli scavi di privati, hanno tutti una fifa matta. Certo il lungomare non è di nessuno e si può scavare e “immobilizzare”, mentre il terreno edificabile è un altro conto, sono milioni sonanti che non si possono lasciare per amor di patria. E poi, tanta fatica per espropriare ai preti o alle suore, diventa fatica per niente? E quindi per certi interessi si può anche applicare la violenza “convincente”.
        Mentre per la rete dei polli non so cosa dire: qui non ci sono interessi “particolari”, si può solo pensare alla banalità, alla piccolezza degli interessati e (ir)responsabili.
        Pietro

  2. Patrizio ha detto:

    Ciao, gestisci tu l’info se postarla in prima o no, intanto ti saluto.
    Patrizio.

    la notizia è ufficiale, Bregovic il maestro concertatore della edizione 2012 della NdT.
    Di seguito alcuni video e interviste sull’argomento, ed in particolare un saggio della Ricercatrice in etnomusicologia Flavia Gervasi (Università di Montréal, Canada), una Cegliese nel mondo.

    http://www.brindisireport.it/spettacolo/2012/03/28/taranta-bregovic-maestro-concertatore/

    http://latarantanellarete.wordpress.com/2010/02/28/la-taranta-nella-rete-2010-intervista-a-flavia-gervasi/

    http://www.latarantanellarete.it/docenti.asp?id=7

    La vocalità femminile nel repertorio musicale salentino.
    Note etnomusicologiche ad un fenomeno culturale di massa.
    Flavia Gervasi

    Fino alla fine degli anni Settanta del secolo passato l’area del Salento,
    ascrivibile a un modello di società rurale, rappresentava ancora un
    exemplum di civiltà il cui ambiente naturale povero e austero si prestava
    particolarmente alla diffusione della poesia orale, come se la povertà dei
    mezzi di sussistenza, precludendo qualsiasi altra forma di espressione,
    concentrasse sulla voce umana le energie di un’intera comunità. A questo
    proposito Paul Zumthor, tra i più autorevoli studiosi di tradizioni orali,
    sostiene:
    Non c’è dubbio che la voce costituisca nell’inconscio umano una
    forma archetipica: immagine primordiale e creatrice, al tempo
    stesso energia e configurazione di tratti che predeterminano, attivano
    e strutturano in ciascuno di noi le esperienze primarie, i sentimenti,
    i pensieri’.
    Attraverso la propria vocalità il gruppo sociale ha modo di affermare la
    sua volontà di esistere, mentre le donne — costrette in una società di tipo
    arcaico a vivere una condizione subalterna — utilizzano la voce come strumento
    privilegiato per tutelare e garantire la loro “presenza” nel gruppo.
    Anche in Salento quella profonda volontà di “esserci” ha prodotto,
    per opera di una lenta, ma inesorabile sedimentazione, un copioso repertorio
    di canti femminili: nenie, lamentazioni funebri, musiche rituali, filastrocche
    e canti di lavoro. Queste forme di espressione legate all’ oralità
    hanno rappresentato e raccontato per secoli la vita delle donne del
    Sud ai tempi di quella che oggi si potrebbe definire da un punto di vista
    storico-culturale 1′ “epopea della civiltà contadina”. Di contro, l’avvento,
    tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, di nuove e più avanzate
    forme di sussistenza ha diffuso, nell’idea dei suoi protagonisti, una
    generale volontà di rimuovere quel passato tristemente assimilabile a fattori
    emarginanti di arretratezza, di miseria e di disagio, soprattutto fem-
    minile. Paradossalmente, in coincidenza con questo cruciale periodo storico,
    le problematiche del recupero e della documentazione di repertori
    di tradizione orale in via di estinzione sono ritornate a preoccupare gli
    studiosi e i ricercatori. L’etnomusicologo Diego Carpitella che, già nell’estate
    del ’59 si era occupato — insieme all’équipe organizzata dallo
    storico delle religioni Ernesto De Martino — di registrare e filmare a più
    riprese il rituale coreutico-musicale del tarantismo e un considerevole
    numero di canti e musiche tradizionali del Salento 2, pensa, a più di vent’anni
    di distanza, a un ritorno “sul terreno” per verificare lo stato di conservazione
    del repertorio musicale salentino. In questa seconda tappa
    (1982), l’etnomusicologo intrattiene scambi importanti con gli studiosi
    locali al fine di suscitare in loro l’interesse verso questioni che forse allora
    potevano apparire ancora embrionali, ma che con il tempo si sono
    dimostrate foriere di conseguenze quanto mai inaspettate. In una intervista
    rilasciata nell’estate del 1982 Carpitella si esprimeva in questi termini
    a proposito della situazione che aveva trovato in Salento a vent’anni
    e più di distanza dalla prima missione di ricerca:
    Per quanto concerne la continuità spezzata da varie cause, proprio
    quella parte di tradizione legata ai riti ed alle cerimonie ancora
    esistenti fino a vent’anni fa, è inutile nasconderlo, è finita. Mentre
    è rimasta una continuità musicale che può diventare apprendimento
    organizzato della tradizione orale e del repertorio della cultura
    contadina3 .
    Da quel momento, in seguito a un lungo e complesso processo di consapevolezza
    di un’identità storico-culturale — riverberatasi negli anni so-
    prattutto al di fuori degli ambienti scientifici — quel repertorio di suoni e
    di storie è diventato l’oggetto di un interesse diffuso da parte delle nuove
    generazioni che, intorno ad esso, hanno prodotto un singolare quanto
    problematico fenomeno di folk revival.
    Trasformatisi con il progresso economico quei contesti sociali tradizionalmente
    accompagnati dai canti e estintasi la malattia presunta o reale
    che scatenava secondo cicli regolari il culto del tarantismo, si è risvegliata
    nell’immaginario comune l’idea del ricorso alla musica come
    esperienza aggregante di una nuova ritualità. In questa generale consapevolezza
    si sono moltiplicate in tutto il territorio — con echi di portata
    internazionale — nuove situazioni di riproposta in chiave moderna della
    tradizione: dal proliferare di gruppi musicali con stime che raggiungono
    l’ordine delle centinaia nel solo Salento ai festival estivi di richiamo internazionale
    (uno per tutti: “La notte della Taranta”); dalle pubblicazioni
    agli innumerevoli progetti discografici e relative performance, sino
    agli ultimi affannosi tentativi di proporre nuove ricerche etnografiche
    per fissare su supporto digitale ciò che ancora non era stato rintracciato
    e opportunamente conservato. Si sono moltiplicate, forse anche rispetto
    alla tradizione documentata, le voci femminili “morse dal mitico ragno”.
    Fenomeni di tale portata socio-culturale dovrebbero interessare gli studiosi
    non già in quanto processi “derivati da”, ma in quanto manifestazioni
    attuali caratterizzate da una nuova dimensione contestuale che genera
    espressioni musicali simili, ma non identiche. In particolare, un approccio
    etnomusicologico, atto a rilevare precisi moduli ritmici, melodici, estetici
    e cinetici del canto e della musica in questione, sarebbe di supporto allo
    studio socio-antropologico per comprendere il significato delle espressioni
    orali di nuovo conio rispetto a quelle tradizionali, queste ultime oggetto
    in passato di valutazioni più generali di enorme valore storico4 .
    Per avere un’idea del livello attuale di coinvolgimento in questa vor
    ticosa ondata di revival si legga un passo dell’intervista rilasciata da Enza
    Pagliara, forse la più apprezzabile voce femminile del “neo-folk” salentino,
    ad una rivista musicale che si occupa di world music:
    Un canto permette di andare molto lontano nel tempo: anche se
    non vivo nell’ambito sociale nel quale è stato composto un brano
    come La Fontanella, ci sono alcune esperienze dell’essere femminile
    che rimangono comuni a tutte le epoche. Al giorno d’oggi
    non esistono più le occasione per cantare che esistevano nel passato,
    ma la forza che genera un canto tradizionale è un qualcosa
    con cui si deve necessariamente continuare a confrontarsi 5 .
    Una simile considerazione dovrebbe allertare gli studiosi. A tutt’oggi
    manca — nonostante gli innumerevoli affiliati al “neo-tarantismo” e il
    gran numero di ricercatori interessati alla musica salentina — uno studio
    sistematico di tipo analitico e con finalità tassonomiche sia della produzione
    femminile di tradizione sia di quella legata alle più recenti riproposte.
    A questo riguardo, oltre alle già citate raccolte di De Martino e Carpitella,
    peraltro recentemente in parte pubblicate con un ampio commento
    critico dell’etnomusicologo Maurizio Agamennone 6, è stata da poco rimasterizzata
    anche la raccolta di registrazioni effettuate nei territori della
    cosiddetta grecía salentina da Alan Lomax e Diego Carpitella tra il 12 e
    il 28 agosto 1954 — all’epoca conservata e catalogata sotto la denominazione
    di Codice 247 — nonché due altrettanto importanti ricerche effettuate
    da studiosi locali, Luigi Chiriatti e Brizio Montinari, negli anni Settanta
    e edite tra il 2000 e il 2002 da “Edizioni Aramirè” (Lecce). Si tratta certamente
    di un materiale considerevole per avviare un progetto di analisi
    musicologica considerato il gran numero di espressioni musicali tutte “al
    femminile” in esse contenute: canti narrativi, filastrocche, canti di lavoro,
    pizziche tarantate e persino interi repertori — dalle ninne nanne alle lamentazioni
    funebri — di esclusivo appannaggio delle donne. Per quanto ri-
    guarda, invece, le produzioni più recenti di certo non mancano i lavori
    discografici, né tanto meno le possibilità di registrare una voce femminile
    che si cimenti nell’esecuzione di canti tradizionali salentini o di loro rifacimenti
    in chiave moderna (techno, reggae, hip hop, ecc.).
    Da un primo superficiale ascolto, emerge con grande evidenza che gli
    eventi performativi, nonché le specifiche modalità di esecuzione vengono
    influenzati dalla funzione che quei canti svolgono negli specifici contesti
    sociali. In tal senso è, a mio avviso, indispensabile una analisi etnomusicologica
    dei fatti musicali, considerando che già nei documenti storici si
    osserva che il trattamento delle musiche sembra essere, ad esempio, assai
    più mobile nella terapia del tarantismo rispetto alla danza, in quanto la musica
    nel primo caso deve rispondere a precise leggi di “adattabilità” se vuole
    suscitare gli effetti terapeutici per i quali viene somministrata. Nella musica
    da ballo, invece, viene richiesta una disposizione ritmica regolare, per
    assecondare il movimento più composto dei danzatori. Inoltre, è interessante
    comparare il differente livello di coinvolgimento emotivo rilevabile
    ascoltando le registrazioni delle stesse musiche (pizziche tarantate) effettuate
    da Carpitella durante una terapia domiciliare — a contatto con la tensione
    e la sofferenza psichica proprie del rito — rispetto a quelle realizzate
    negli studi radiofonici della RAI di Bari su richiesta degli stessi informatori8
    . A questo proposito Agamennone commenta:
    [.. .] nelle registrazioni in studio si coglie immediatamente un andamento
    diverso: un passo più stabile, meno esposto a bruschi e
    intensi incrementi di energia sonora, una riduzione drastica del ricorso
    ai nervosi processi di accelerazione dei disegni ritmici già
    segnalati altrove, [.. .] una pulsazione leggermente più lenta, una
    rassicurante prevedibilità dell’evento; insomma una allure più suadente,
    che, all’orecchio, non pare affatto subordinata all’urgenza
    drammatica del rito e, piuttosto, sembra rinviare all’atmosfera
    della festa e della danza di intrattenimento: in ambito locale, con
    denominazione più generica, il ballo della festa veniva definito
    semplicemente pizzica, oppure — iterazione eloquente! — pizzica
    pizzica, con l’abbandono del riferimento diretto al ragno e al rito,
    che invece connotava la denominazione locale della musica di
    danza per la terapia (pizzica tarantata) 9 .
    Più in generale sarebbe opportuno tracciare una griglia di riferimento
    capace di contenere tutte le caratteristiche peculiari dei campioni vocali
    presi in esame, appartenenti sia al repertorio tradizionale che non, riservandosi
    di aggiungere alle voci indicative sotto elencate eventuali altri
    riferimenti ricavati nel corso delle analisi:
    qualità materiali delle voci e modalità di emissione rilevate effettuando
    un’analisi di spettro
    a) timbro; b) ampiezza; c) altezza; d) registro;
    caratteristiche estetiche legate alle specifiche scelte melodiche
    a) utilizzo di micro-intervalli; b) ricorrenza di uno o più intervalli in
    particolare; c) prevalenza del modo maggiore rispetto al minore o viceversa;
    d) utilizzo di scale particolari (pentatoniche, esatonali, eptafoniche,
    ecc.); e) ricorrenza di cromatismi;
    3. caratteristiche ritmiche
    a) regolarità o irregolarità degli accenti metrici; b) utilizzo di sincopi;
    e) utilizzo di contrattempi; d) utilizzo e reiterazione di particolari configurazioni
    ritmiche; e) utilizzo di micro-varianti rispetto a modelli
    reiterati; f) utilizzo di ostinati; g) utilizzo di un ritmo isometrico; h)
    utilizzo di un andamento ritmico non censurabile;
    4. caratteristiche metriche
    a) utilizzo di metri ricorrenti; b) utilizzo di una metrica libera; c) utilizzo
    di versi eterometrici; d) utilizzo di rime in modo regolare; e)
    utilizzo di rime in modo irregolare; f) utilizzo delle cosiddette zeppe
    a fini metrici
    Il fine di questo tipo di analisi musicale è quello di ricavare un modello
    comparativo capace di contenere una disposizione sinottica degli
    exempla presi in esame e di rilevare eventuali relazioni tra gli aspetti formali
    legati alla voce e all’esecuzione e particolari aspetti connessi agli
    specifici contesti (rituali, lavorativi, domestici, spettacolari, commerciali)
    di produzione. È possibile ipotizzare che peculiari caratteristiche simili
    quanto divergenti dei documenti presi in esame siano portatrici di
    un significato socio-culturale più ampio da valutare in base agli esiti delle
    analisi e ai contesti di riferimento. Si tratta solo di un possibile percorso
    metodologico elaborato per cercare di capire come e perché un fenomeno
    culturale possa oggi diventare fenomeno di massa.
    162
    Provincia di Lecce – Mediateca – Progetto EDIESSE (Emeroteca Digitale Salentina) a cura di ‘MAGO – Lecce

  3. smemorato ha detto:

    Martedì nel Castello Ducale gli operatori del settore si confrontano sul tema della costruzione di prodotto

    Tocca anche la provincia di Brindisi la fase itinerante del Forum “Dalla A alla Puglia. Le politiche del turismo per la Puglia”. Martedì 10 aprile sarà il Castello Ducale di Ceglie Messapica (Br), la sede della riunione del prossimo tavolo di lavoro tematico per la definizione di un piano programmatico di politiche del turismo per la Puglia, propedeutico alla realizzazione del forum che si terrà dal 20 al 23 maggio prossimi.

    Tocca così un altro territorio a forte vocazione turistica il forum di confronto e azione degli operatori sul turismo, che sta lanciando una sfida agli esperti del settore, promuovendo il dialogo e la cooperazione tra le parti per trasformarlo da settore in crescita a comparto economico centrale.

    L’incontro di martedì rientra nella fase itinerante della manifestazione. A differenza della prima parte del forum, infatti, che si è svolta tutta presso il Semiramide Palace Hotel di Castellana Grotte, sede dell’Università Europea per il Turismo, promotrice dell’evento, quest’incontro fa parte della fase itinerante del forum, che dopo sta facendo tappa presso le più importanti mete del turismo pugliese. L’appuntamento con operatori del settore, rappresentanti delle istituzioni locali e di associazioni del settore, docenti ed esperti è previsto per le 15.

    Ogni incontro tocca un argomento ben definito della questione “turismo”: martedì si parlerà di cotruzione di prodotto. In questa fase preparatoria, iniziata nel gennaio scorso, infatti, i tavoli tematici si riuniscono ciclicamente attorno a temi prefissati (offerta turistica, marketing e comunicazione, domanda turistica, formazione e innovazione, costruzione di prodotto). Le tre giornate conclusive di maggio saranno utilizzate per tirare una linea sulle misure pensate per effettuare un cambiamento del sistema e formulare proposte concrete per una crescita progressiva e continua.

    Prossima tappa del forum giovedì 12 aprile presso la Pinacoteca Provinciale “Corrado Giaquinto” di Bari. Si parlerà di formazione e innovazione.

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