E’ da molto tempo che Ceglie è in provincia di Taranto


Antica e continua, è l’ingiustizia: qualcuno si deve ammalare e morire prima che il pericolo sia riconosciuto ufficialmente.

Lorenzo Tomatis

E’ racchiusa in due pagine, ed è stata depositata alle 13:35 l’ordinanza con cui il Tribunale del Riesame si è pronunciato sulla vicenda dello stabilimento Ilva di Taranto. Nel provvedimento si legge “in parziale modifica del sequestro preventivo impugnato, si dispone che i custodi garantiscano la sicurezza degli impianti e si utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti”. In pratica il Tribunale  ha confermato il sequestro degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto, finalizzandolo al risanamento dello stabilimento. Una soluzione che pare accontentare chi vuole salvaguardare la salute pubblica e il lavoro di tutta l’Ilva che ha stabilimenti in Italia dipendenti da quello capo-filiera di Taranto. Confermati gli arresti domiciliari per Emilio e Nicola Riva, ex presidenti dell’Ilva, e per l’ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso. Gli altri cinque indagati, tutti capiarea Ilva, sono stati rimessi in libertà.

Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, ha dichiarato che ”Occorre evitare la chiusura dell’Ilva, se si chiudono quegli impianti non si riaprono più ”I fondi per la bonifica e i tempi per raggiungere standard diversi ”sono dati che tutti insieme portano a evitare la chiusura”. L’alternativa pane-veleno ” è inaccettabile”.

“In questi giorni, tra ieri e oggi, siamo andati al di là delle autorizzazioni amministrative e del dettato normativo proprio per dare un segnale di un impegno serio e concreto, di una volontà precisa di ridurre l’impatto ambientale che lo stabilimento ha sul territorio di Taranto”. Lo ha detto a Bari il presidente Ilva, Bruno Ferrante. Ferrante ha fatto le sue dichiarazioni a Bari a conclusione di un incontro avuto con il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, e l’assessore alla qualità dell’ambiente, Lorenzo Nicastro, a proposito delle conclusioni della prima riunione tecnica sula questione ambientale tenuta ieri nel capoluogo pugliese.

Le parole sono state spese a tutti i livelli, i fatti al momento sono solo quelli della magistratura. I fatti determinanti per salvare capra e cavoli, salute e lavoro, se ci saranno, li vedremo nei prossimi mesi. Intanto i decenni dell’industrializzazione dissennata e a danno delle popolazioni pugliesi, delle provincie di Taranto e Brindisi, sono alle nostre spalle con il loro carico di danno, tanto e benessere, poco. I prodromi di una riunificazione dei due territori furono gettati con quelle scelte sull’industria di base, chimica e siderurgica, la più inquinante e la meno indicata a creare distretto produttivo. Si, è da molti anni che Ceglie Messapica è in provincia di Taranto per il lavoro e la salute rovinata. La lingua dialettale è la stessa a Ceglie e a Taranto: anche la salute.

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15 risposte a E’ da molto tempo che Ceglie è in provincia di Taranto

  1. gianni_G ha detto:

    purtroppo per tanti decenni non ci si è curati dell’ambiente e i risultati sono questi. oggi solleviamo i problemi dei fanghi, ma domani solleveremo il problema del inquinamento elettromagnetico che ci facciamo in casa con Wi-Fi e cordless, cose comode ma decisamente pericolose che si possono e si devono evitare.

    • smemorato ha detto:

      Proprio così!

      “Antica e continua, è l’ingiustizia: qualcuno si deve ammalare e morire prima che il pericolo sia riconosciuto ufficialmente.” Lorenzo Tomatis

  2. taras ha detto:

    Proprio così, i soli fatti al momento sono quelli “fatti” dalla magistratura, il resto è il solito arrabattarsi italiano. Il problema non si è creato improvvisamente quest’estate, è da un per pezzo che incancreniva, letteralmente!

    • smemorato ha detto:

      La sfortuna di Taranto è quella di non avere avuto un disastro ambientale diretto, senza preavviso, impietosamente visibile da tutti come quello di Seveso, azienda Icmesa, metà anni Settanta: la diossina che improvvisamente fuoriesce in grande quantità dallo stabilimento e avvelena la verde Brianza, deturpa i volti dei bambini, uccide animali e piante; medici e scienziati che accorrono da tutto il mondo; donne che abortiscono; famiglie costrette ad abbandonare le abitazioni; uomini vestiti come astronauti che rimuovono carcasse di animali e terra contaminata sotto gli occhi delle telecamere.

      A Taranto invece no. Tutto è andato avanti finora secondo una tragica normalità.

      Un disastro ambientale all’italiana.

      Ogni persona istituzionalmente responsabile, dal governo centrale al livello locale, sapeva perfettamente che dall’Ilva fuoriescono veleni letali per la salute delle persone e l’ambiente. Anche la gente del posto lo sapeva: mangiare, bere e respirare cadmio, cromo e polveri nel quartiere Tamburi porta ad avere almeno un ricoverato grave in ogni famiglia, bambini compresi. Perizie e indagini sanitarie hanno più volte ribadito che l’Ilva semina morte. Ma non è mai cambiato nulla. Nessuno ha mai fatto nulla per affrontare questa problema nell’unico modo possibile: interrompere la produzione e risanare. Mettersi in regola con le leggi e poi riprendere le attività compatibilmente con le norme vigenti. Investire una parte dei profitti (realizzati nel corso degli anni scaricando all’esterno i costi ambientali e sanitari dell’attività produttiva) per produrre in modo pulito e legale.

      Lo hanno fatto in molti altri Paesi d’Europa. Perché a Taranto, Italia non è possibile?

      A un certo punto interviene una giudice, la signora Anna Patrizia Todisco, il cui mestiere è fare rispettare la legge. Ci sono perizie, segnalazioni dei carabinieri, sentenze. La fabbrica viene sequestrata, come sarebbe avvenuto in qualunque Paese civile in situazione analoga.

      Ma in Italia il problema diventa lei, la giudice. E si passa dalla tragedia alla farsa. All’italiana.

      Il governo annuncia un ricorso alla Corte Costituzionale contro la decisione del giudice, mentre il ministro all’ambiente (?) Clini confessa a un giornalista: “Non farei mai crescere mio nipotino nel quartiere Tamburi di Taranto, e non ci prenderei mai casa”. Nichi Vendola se la prende con “l’ambientalismo fondamentalista”. Sulla prima pagina dell’Unità, l’ex senatore presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino compone una strepitosa ode alla magistratura degli anni Sessanta che, a differenza di quanto accade oggi a Taranto, “nell’applicazione della legge, riteneva che l’interesse generale dovesse prevalere”. E’ vero, lo ricordo bene: a quei tempi la mafia non esisteva, non esistevano tangenti, non esisteva inquinamento, e la bomba in piazza Fontana l’aveva messa un solitario anarchico di nome Pietro Valpreda…

      Con la solita elegante bava alla bocca, il quotidiano Libero dedica un servizio alla giudice titolato: “La zitella rossa che licenzia 11mila operai”.

      Il ministro Passera effettua un sopralluogo a Taranto insieme al ministro all’Ambiente (?) Clini. “Se chiude l’Ilva, chi fornirà l’acciaio all’economia italiana?” domanda preoccupato Clini, senza alcun cenno alla situazione ambientale e sanitaria che evidentemente non lo riguarda. Oltre a rifornire di acciaio l’economia italiana, il proprietario dell’Ilva, Riva, ha anche rifornito di lauti finanziamenti (tutti legali) la politica italiana, da destra a sinistra.

      Da Passera ci si aspetterebbe a questo punto un segnale, una visione di politica industriale fondata su una prospettiva diversa di sviluppo, meno dipendente dalle produzioni ad alto impatto ambientale. E il ministro Passera ancora una volta non delude: “Taglieremo i finanziamenti per le energie rinnovabili e semplificheremo le procedure per avviare nuove trivellazioni nel suolo e nel mare italiano alla ricerca petrolio e gas”: cassa integrazione nel settore della green economy, agevolazioni alle compagnie petrolifere per le perforazioni in terra e in mare. Stupefacente.

      L’unico statista rimasto in circolazione ha le sembianze del segretario della Fiom, Maurizio Landini: “Le leggi vanno applicate. Per produrre, l’Ilva deve mettersi in regola. Io penso che la magistratura abbia colmato un vuoto lasciato dalla politica e anche dal sindacato”.

      Buon Ferragosto!

      Enrico Fedrighini

      Portavoce Comitato Promotore MilanoSiMuove

      postato su: http://zatopek4recordolimpici.blogspot.it/

  3. gianni_G ha detto:

    Una volta tanto mi trovo pienamente d’accordo con Landini. non si può barattare la salute con il benessere. Voglio solo ricordare che il caso Ilva è solo la punta di in iceberg, uno degli inquinamenti che più mi preoccupano è quello dei medicinali, dei cosmetici e degli integratori venduti come prodotti per il benessere ed invece sono veleni veri e proprio con alle spalle industrie che puntano solo al profitto e che pagano per vendere le loro porcherie.

  4. Pietro Santo ha detto:

    Anche io sono con Landini e i magistrati, quelli di Taranto e quelli di Palermo.
    Ma intanto in Italia regiorgio da l’incarico di governare agli uomini delle banche e insieme a questi imbavaglia i magistrati.
    Non è l’ora della ghigliottina?

    • taras ha detto:

      Prima della ghigliottina, nonostante il divieto del questore, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza guidati dal “Comitato dei cittadini e lavoratori liberi e pensanti” dirigendosi verso la zona rossa, dove è in corso il vertice con i ministri dell’acqua calda.

    • smemorato ha detto:

      Ciao Pietro ti leggo in forma! In effetti nell’ultimo periodo di “regno” il dettato costituzionale viene letto con occhi da presbite e reso al popolo maestro con parecchi strafalcioni

      • Pietro Santo ha detto:

        La più bella e solida iniziativa estiva , la sottoscrizione a sostegno di tutti i magistrati che rischiano il bavaglio, è partita proprio da Collegno: la cosa mi ha dato una euforica felicità, perché anche se tu ne fossi stato ignaro io l’ho collegata a te.

      • smemorato ha detto:

        Grazie Pietro! Vedi la piccola Collegno (relativamente piccola – 50.000 ab.) ha una tradizione democratica e di sinistra centenaria, vi abito con orgoglio e ti posso assicurare che persone come Margherita Siciliano sono qui numerose ed attive. Un po’ mi dispiacerà se Collegno sarà, in futuro, assorbita ed annullata dall’area metropolitana di Torino che pure è stata la mia patria d’adozione per lunghi anni a partire dal sempre più lontano 1969.

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  7. smemorato ha detto:

    “Squinzi è un po’ disinformato sulle vicende della siderurgia. I cittadini invece si aspetterebbero un’assunzione di responsabilità da parte del sistema di impresa. Le questioni che occupano la magistratura penale tarantina sull’Ilva non hanno infatti a che fare con la tendenza della Regione Puglia a normare e fare leggi che vanno oltre limiti delle direttive comunitarie o delle norme nazionali”. Lo ha detto il Presidente della regione Puglia Nichi Vendola rispondendo ad alcune dichiarazioni sull’Ilva rilasciate dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, intervenuto questa mattina in diretta al programma La telefonata di Maurizio Belpietro di Mattino5. “Avremmo piuttosto preferito che il Presidente della Confindustria, con i suoi associati – ha continuato Vendola – condividesse con noi un ragionamento, una riflessione su quanto sta accadendo a Taranto. Il problema infatti non è ‘la complicazione burocratica normativa del paese’ e neanche aver violato la normativa regionale. Il problema è che un giudice penale osserva, a prescindere dalla legislazione vigente, che quelle produzioni sono produzioni realizzate con modalità dannose per la salute. Su questo dovrebbe interrogarsi Squinzi. Se quelle emissioni sono dannose per la salute umana, secondo il giudice penale, bisogna intervenire per ambientalizzare oppure no? Ecco, noi ci saremmo aspettati una riflessione su questo. Vorrei dirlo chiaramente a Squinzi. Noi abbiamo bisogno dell’industria, ma anche di ambientalizzarla. Anzi, noi ci aspetteremmo che le stesse imprese si ambientalizzassero a prescindere dalla giustizia penale e dalla legislazione vigente. Solo così, con questa consapevolezza moderna e innovativa, si può proseguire insieme verso uno sviluppo che coniughi diritto alla salute e diritto al lavoro ”.

    ‘”Noi – ha continuato Vendola – abbiamo fatto il nostro dovere, imponendo le leggi antidiossina, antibenzoapirene e anti-polveri sottili. Noi abbiamo fatto il nostro dovere di fronte ad un ritardo del legislatore nazionale e se il legislatore nazionale fosse stato più solerte nel capire che è giunto il tempo in cui la vita umana, la salute, la qualità dell’ambiente non possono essere agnelli sacrificati sull’altare del profitto, ma contenuti forti di un nuovo modello di sviluppo, probabilmente la magistratura non avrebbe operato nella maniera traumatica che conosciamo. La salute e l’ambiente sono beni assoluti – ha concluso Vendola – e un sistema di impresa responsabile, prima di denunciare aggravi burocratici, deve chiarire come e quando intende eliminare i rischi per la salute umana”.

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