Un Paese ben coltivato


un Paese ben coltivato

Ecco la copertina del nuovo libro del giornalista e scrittore Giorgio Boatti dal titolo: “Un paese ben coltivato – Viaggio nell’Italia che torna alla terra e, forse, a se stessa” (Ed. Laterza, collana i Robinson). Mi ha colpito la presentazione che ne ha fatto, l’autore stesso, nella bella trasmissione di Rai3 Pane quotidiano condotta dalla sempre ben attiva Concita De Gregorio .

Il libro si snoda in un lungo viaggio, al passo con le stagioni: dal fondo della Calabria al triangolo del riso tra Po, Ticino e Sesia, dal distretto della fragola di Policoro alle serre di Albenga. I frutti di bosco che dalle Alpi scendono alle metropoli, la sfida di un profeta con l’aratro nel cuore dell’Appennino, l’avventura del radicchio di Chioggia, il mais ottofile di Roccacontrada e le ciliegie pugliesi, rossi gioielli nel bouquet di un’agricoltura che in vent’anni ha cambiato volto. A Turi, capitale della ciliegia appunto, Boatti passa davanti al carcere in cui fu rinchiuso Antonio Gramsci e rievoca le lettere in cui il grande intellettuale comunista parlava proprio delle ciliegie e dei suoi tentativi di coltivare carote e piselli (“Mi viene ogni giorno la tentazione di tirarle un po’ per aiutarle a crescere” scriveva, “ma rimango incerto tra due concezioni del mondo e dell’educazione, se essere rousseauiano e lasciar fare la natura che non sbaglia mai, ed è fondamentalmente buona, o se essere volontarista e sforzare la natura introducendo nell’evoluzione la mano esperta dell’uomo e il principio d’autorità. Finora l’incertezza non è finita e nel capo mi tenzonano le due ideologie”). Un viaggio nell’Italia di Teresa Diomede e suo marito Vito, che con la loro Racemus, di Rutigliano, in Puglia, producono uva da tavola solo per il mercato estero.

“Il Paese ben coltivato, amato dal sole e prediletto dal clima, quello che forniva il meglio dei cereali, della frutta e della verdura a tutti gli altri Paesi d’Europa, riuscirà a cambiare rotta?
E chi saranno i protagonisti di questo cambiamento? Cosa li potrà sostenere in questa sfida che non coinvolge solo il Pil e l’export, la tradizione e l’innovazione, il lavoro e la qualità (anche dell’ambiente), ma riassume qualcosa di più rilevante e duraturo che ci riguarda tutti?
Un viaggio alla scoperta del Paese ben coltivato deve fare i conti con le nostre radici e con la terra su cui posiamo i piedi ma anche con gli orizzonti interiori che ognuno dà alle proprie giornate. Cominciando da quel rito antico del nutrirsi e del condividere il cibo, lo spezzare insieme il pane, si diceva un tempo, ormai banalizzato da consumi e abbondanza.
Questo viaggio non procede lungo il filo di un percorso lineare, pianificato a tavolino, dove ogni tessera del puzzle, una mossa dopo l’altra, va ordinatamente a prendere posto.
È un mosaico: procede per tentativi. Per intuizioni e verifiche. Per incontri che confermano e per passi a vuoto che talvolta smentiscono luoghi comuni o fanno emergere impreviste verità.
È un viaggio dove si saltella – come si faceva da bambini sui riquadri del “gioco del Mondo” – su una terra a cui si va per raccogliere storie che hanno volti diversi e altrettante voci. Accanto a queste voci c’è il sommesso fruscio dei fogli del calendario. Filano via veloci come le stagioni che sto per attraversare”.

Certo, non è tutto rose e fiori: “Nel campo degli agrumi, cinquant’anni fa eravamo tra i primi produttori del Pianeta e i principali fornitori del mercato europeo, ora siamo diventati del tutto irrilevanti. E non basta: il 60 per cento del frumento tenero lo importiamo dagli Stati Uniti e dall’Ucraina, dalla Francia, dalla Germania e perfino dall’Austria”.

Ma l’Italia dei campi è comunque ricca di sorprese. Piena di donne alla guida delle aziende. E piena di uomini che sanno trasformare le difficoltà in opportunità, come Antonio Della Spina, che a Melfi non si è dato per vinto quando si è visto piombare davanti lo stabilimento della Fiat, e ora, grazie alle colture idroponiche, cioè fuori suolo, esporta i suoi pomodorini fino in Olanda. Oppure come Marino Montalbini, ex tecnico di una piattaforma petrolifera, che ad Arcevia, nelle Marche, ha salvato l’azienda di famiglia e in un paesaggio da favola ha rimesso in produzione il mais a otto file, “con cui si fanno anche degli ottimi snack”.

***

Giorgio Boatti giornalista e scrittore, è autore di libri e inchieste sulla storia recente del nostro Paese. Ha pubblicato, tra l’altro: Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta (Einaudi 1999); Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini (Einaudi 2001; Premio Omegna città della Resistenza); La terra trema. Messina 28 dicembre 1908. I trenta secondi che cambiarono l’Italia, non gli italiani (Mondadori 2004; Premio Palmi, Premio Corrado Alvaro, Premio Rhegium Julii); Bolidi. Quando gli italiani incontrarono le prime automobili (Mondadori 2006; Premio Biella Letteratura e Industria).

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9 risposte a Un Paese ben coltivato

  1. smemorato ha detto:

    L’ha ribloggato su Lo smemorato di Collegnoe ha commentato:

    “Un viaggio alla scoperta del Paese ben coltivato deve fare i
    conti con le nostre radici e con la terra su cui posiamo i piedi ma anche con gli orizzonti interiori che ognuno dà alle proprie giornate. Cominciando da quel rito antico del nutrirsi e del condividere il cibo, lo spezzare insieme il pane, si diceva un tempo, ormai banalizzato da consumi e abbondanza….”

    • Pietro ha detto:

      Non ho avuto la buona sorte di incontrarmi con questo “scritto”, ma leggendo il sunto che ne fai come sempre magistralmente mi ritrovo d’accordo quasi in tutto, tanto che oggi farò festa del lavoro andando alle radici per seminare i fagiolini di cui sono goloso. Poi, nei prossimi giorni, appena smetterà di piovere completerò il mio orto con le melanzane, le zucchine, i peperoni in tutte le varietà, pomodori e pomodorini, basilico, prezzemolo, carote, cetrioli. Per gli aromi, origano, timo e finocchio, e per verdure e asparagi selvatici lascio il compito alla natura.
      Buona festa!

      • smemorato ha detto:

        Ecco, sei un ottimo protagonista di un Paese ben coltivato, sostituisci la lettura con l’opera, la teoria con la pratica: bravo Pietro! Ottima festa a te.

  2. Pietro ha detto:

    Finita la “buona stagione” cerco di tirare qualche somma, dopo aver risolto il “dilemma gramsciano” nettamente a favore della Natura, no veleni no chimica. Il risultato è stato pochissimi fagiolini, scarsi tutti gli altri ortaggi come peperoni melanzane zucchine pomodori cetrioli. In compenso ho mangiato e regalato una gran quantità di pere giammaria e angenij prodotte da due soli alberelli!
    Gli esperti locali mi dicono che è tutto dipeso dal clima, quando non addirittura dall’inquinamento che ammazza i buoni insetti. Comunque tutto il poco raccolto era saporitissimo! Come la frutta e gli ortaggi della mia infanzia!

    • smemorato ha detto:

      Occorre accertarsi del come hanno risolto il dilemma gramsciano i vicini di luec’, giacché i veleni sono “infettivi”; certo la stagione quest’anno non è stata propizia, mi pare. In ogni caso colgo con soddisfazione il tuo, tutto sommato, buon “totale che fa la somma”. Anche quest’anno non ho fatto ritorno alla terra rossa, mangerò le pere che mi merito! Un abbraccio!
      Giacomo

  3. Pietro ha detto:

    Torno ora da un salto veloce in “paradiso”: mai viste tante fiche “natal”, non si fa in tempo a raccoglierle… sono tante e buonissime!
    Comunque tu meriti la migliore frutta…, l’emigrazione non è una colpa, è solo figlia della sorte…
    Ma tanto prima o poi torni a mangiare le mie pere…

    • smemorato ha detto:

      Benissimo! Bando alle malinconie; mi è venuto da pensare che i migliori frutti della nostra terra vengano a maturazione in questa stagione di confine fra l’estate e l’autunno che forse è da considerarsi la vera fine dell’anno, senz’altro più festosa di quella effettiva dominata, qui da noi, dal freddo. Il mio verduriere, un calabro espansivo, riesce a fornirmi buoni surrogati di frutti raccolti direttamente sulle piante. Quest’anno ho fatto una cura di fichi d’india di tutti i colori e naturalmente di fichi e pere delle nostre contrade (allargate).

      • Pietro ha detto:

        Son tornato da poche ore dal mio trastullo. Hai ragione: io non resisto ai fichi d’india e appena in campagna sabato pomeriggio ne ho subito raccolte e subito sbucciate incurante delle punture alle dita. La gioia di mangiarne e di vederle mangiare dai familiari!!!
        Tieniti amico il tuo verduriere calabro: dalle sue parti fanno dei saporitissimi pasticci di fichi. Ed anche nell’orto hanno delle cose interessanti per palati curiosi. E se capita fatti procurare della “sardella”.
        Buona settimana!

  4. smemorato ha detto:

    Come sempre, terrò conto dei tuoi preziosi consigli. Buone mangiate e buona settimana a voi!

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