come eravamo


chi sono

Colui che vuole (vorrebbe) provare a completare il grande puzzle dell’esistenza, naturalmente non ci riuscirà mai anche a causa della sua scarsa memoria. I casi della vita l’hanno condotto nella città dello smemorato da dove prosegue la sua ricerca delle tessere mancanti. Il vostro aiuto in questa ricerca sarà importante e gradito.
venerdì, 30 dicembre 2005
Buon anno nel trullo

Se passo davanti alla casa dove abito, posso dire “abito là” ma non posso dire di abitare tutti i luoghi allo stesso modo, e non tutti i luoghi evocano la stessa memoria. Abitare e ricordare non sono attività disgiunte e non sempre abitiamo un luogo consapevoli del carico (talora del sovraccarico) emotivo che esso comporta. E’ chiaro che, volendo, tutto può diventare “luogo della memoria”, non soltanto i luoghi che si possano toccare o visitare materialmente. Tutto è fruibile in questo immaginario museo del ricordo: i luoghi della grande Storia, come quelli della piccola nostra storia. I ricordi e la memoria ci abitano. Nascere sulla Murgia brindisina durante la metà degli anni cinquanta del secolo scorso ed abitare in un trullo è cosa abbastanza normale e naturale. Il territorio dei tuoi genitori e le sue architetture sono la tua prima casa, il tuo primo ambiente. Abitare è in fondo la prima cosa che ci accade di fare appena nati. Prima di vestirci noi abitiamo, prima di mangiare noi abitiamo. Ai tempi in cui nacqui si abitava subito la nostra prima casa, oggi capita molto spesso di abitare una stanza di ospedale ma grazie a Dio è una sistemazione provvisoria. Ora, forse, chi legge si chiederà cos’è un trullo? Cosa vuol dire questa simpatica e curiosa parola? Bene intanto vi mostro una bella foto del trullo che ho abitato nella mia infanzia:

Vi è piaciuto? Continuate la lettura, cliccate!

 http://www.spaziodi.it/magazine/n0108/viewarticolo.asp?op=stamparticolo&id=128)

postato da: smemorato alle ore 20:54 | Permalink | commenti
categoria:ricordi, buon anno
martedì, 03 gennaio 2006
A morte la chianca!
E alla fine sono arrivati anche alla mia strada, futura vittima di questa smania di ripavimentare il centro storico. Passeggiando per i vicoli o per il “ringo” è possibile tracciare una “storia della pavimentazione”, passata attraverso le vecchie chianche, le pseudobetonelle di asfalto, le chianche nere ed il biancone di Trani. Ecco…da me sopravvivono ancora le vecchie chianche, per l’appunto. Quelle che le donne usano ancora lavare con candeggina, strofinando in ginocchio l’uscio e le zone limitrofe della propria casa. Quelle che sono tutte dissestate, in cui inciampi spesso, che quando piove formano pozze d’acqua che difficilmente si asciugeranno al sole, quelle che permettono qua e là all’erba di nascere e vivere. Quelle che durante l’inverno si ricoprono di un sottile strato di neve, facendoti scivolare ad ogni passo, quelle che ti costringono a procedere piano attaccandoti alle pareti delle case imbiancate di calce, sennò cadi….ma in fondo è divertente. Da circa un mese sono sorte nella piazzetta su via Bellini pile di biancone di Trani accuratamente tagliato in blocchi preordinati…man mano le vecchie chianche vanno via per far posto ad una gettata di cemento su cui posare, con disegni improbabili, la nuova pietra. Ed ora è tutto bianco, candido del materiale appena uscito dalla cava e della polvere proveniente dal loro taglio che impera ovunque. Durerà fino a quando le auto non lasceranno le loro impronte con i pneumatici, fino a quando non perderanno dell’olio, e fino a quando giovani balordi e disattenti non sputeranno per terra le loro gomme da masticare, lasciando dei “bollini” neri difficili da mandar via. E allora rimpiangeremo le vecchie chianche, così lisce per l’usura da essere inattaccabili a tutto questo pattume. Ma per ora le portano via, insieme all’erba e alla poesia.
postato da: Vespertilla alle ore 00:07 | Permalink | commenti (7)
categoria:architettura, amministrazione
chi sono
Blogger:
“Lo smemorato, si potrebbe dire, ha troppa memoria da ricordare che è nel contempo una memoria da cancellare: ne costruisce quindi una artificiale, alla quale non solo finisce in qualche modo per credere ma sulla quale si modella.” I casi della vita m’hanno condotto a vivere nella città dello “smemorato” per antonomasia (Collegno) da dove proseguo la costruzione di una mia artificiale memoria o forse ne inseguo la ricostruzione. Il vostro aiuto sarà importante e gradito. Dopo aver conosciuto in rete giovani e stimolanti conterranei, ho deciso di dedicare un blog al mio paese natale (Ceglie Messapica) per recuperarne la realtà anche attraverso la memoria di (in)volontario smemorato.

la memoria raccontata (2)
Il valore culturale della ricerca, realizzata da un gruppo di alunni dell’Istituto professionale Servizi Sociali «Cataldo Agostinelli», è emerso nel corso della serata di presentazione del libro

La memoria raccontata”

lamemoriaraccontata

(Edizioni Aramiré). Un processo di sperimentazione didattica che ha coinvolto, con il supporto degli esperti Luigi Lezzi e Stefania Miscuglio (autori del libro) un’intera classe, in un lavoro letterario sulla narrativa orale a Ceglie Messapica. Nel corso della serata di presentazione, nell’atrio della Casa comunale, sono intervenuti il sindaco Pietro Federico, il dirigente scolastico Francesco Caramia, il prof. Nicola Vignola (coordinatore del progetto), l’assessore alle Politiche culturali Patrizio Suma, l’esperto Luigi Lezzi ed il docente universitario Eugenio Imbriani . «La memoria – ha detto Imbriani – si costruisce attraverso la comunicazione della memoria». Imbriani ha sottolineato, infatti, quanto sia necessario passare dalla retorica della memoria all’impegno della conoscenza. Un impegno che sembra aver contraddistinto gli alunni dell’«Agostinelli» che hanno avuto l’opportunità di intervistare ed interagire con gli anziani narratori della città che hanno fatto memoria

di racconti della tradizione orale, fedelmente registrati e trascritti. Il libro è corredato, inoltre, da un CD, in formato

Mp3, che racchiude oltre 4 ore di registrazione. Anche l’assessore alla Cultura, Patrizio Suma, ha evidenziato il valore di un’opera che ha messo in comunicazione due mondi (i giovani e gli anziani), pur sollevando qualche nota critica dal punto di vista bibliografico. «Credo – ha detto Suma – che nel nostro caso sarebbe stato utile citare “A terra meje”, di Pietro Gatti*, (opera che contiene le note per una grafia del dialetto di Ceglie Messapica e le note di fonetica) e “Ematoritmi” di Maria Antonietta Epifani, il primo lavoro sistematico di ricerca al femminile sulla tradizione e sui canti dell’area messapica, due capisaldi per chi voglia iniziare una riflessione sul dialetto e sulla memoria orale».

Agata Scarafilo – La Gazzetta del Mezzogiorno

* La lingua scelta da Gatti è il dialetto cegliese, idioma irto e arcaico, chiuso in un’enclave, o meglio al discrimine tra diverse aree linguistiche, individuabili la salentina, l’apula e la sannitico-lucana, sicché ha goduto nel tempo di una propria insularità che l’ha preservato da contaminazioni massificanti e imbastardimenti consumistici. Il dialetto cegliese si presentava a Gatti come una scelta naturale o esigenza interiore in quanto voce autentica di una terra umile e diseroica, idioma mitico e corale di lontane Culture sommerse, recuperate per una forza di evocazione endogena, che quasi sovrasta il poeta fattosi nuovo antico aedo, com’egli si definisce:  “Io non mi considero e non sono e non voglio essere altro che un amanuense, consapevole peraltro della insufficienza interiore d’arte. Oppure un cantastorie d’altro tempo. (…) il poeta ha chiarito che il dialetto coincide con la lingua del tempo dell’infanzia, precedente il seminario, in cui si identifica la “parola”.

postato da: smemorato alle ore 19:04 | Permalink | commenti
categoria:articoli, la lingua cegliese ceglie messapica

Informazioni su smemorato

senza nulla a pretendere
Questa voce è stata pubblicata in blogosfera cegliese, Ceglie Messapica e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

2 risposte a come eravamo

  1. Pietro ha detto:

    Davanti ad alcune immagini mi fermo e resto estasiato e se te le nomino, Venere di Botticelli o Venere di Tiziano o Maja Desnuda di Goya, mi potrai dare anche del “banale”, ma davanti a questi coni bianchi l’estasi non è immobilità, nemmeno la calce è fissa in questa immagine-fotogramma di una vita in movimento. Non soltanto le donne graziosamente sedute, con più naturalezza delle varie Veneri sopradette, sembrano vivere e muoversi, ripeto pur sedute, ma anche la lattea calce sembra colare dalle coppe sopra i coni fino alle pietre incastonate nella terra rossa dorata dall’erba arsa dal sole. In questo fotogramma di vita c’è anche un accenno alla xilella: i tronchi degli alberi sono vaccinati contro tutti i mali passati e futuri con un semplice bacio di calce.
    Questo eravamo, ma forse ancora lo siamo… nel cuore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...