dipende da noi


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Una svolta per una nuova politica che “Dipende da noi“. Con questo titolo Libertà e Giustizia, l’associazione di cultura politica presieduta da Sandra Bonsanti che festeggia dieci anni di attività, lancia una nuova iniziativa. Il manifesto è pubblicato sul sito di LeG e sono già tanti e noti i firmatari. Redatto dal costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, ha già visto la firma di Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Claudio Magris, Roberto Saviano, Sabina Guzzanti, Gad Lerner e Concita De Gregorio tra gli altri, solo per citare i più noti a tutti. Alla base di tutto un appello al cambiamento della politica, ora in mano ai “tecnici”: uno svilimento necessario per riparare ai danni fatti in precedenza, ma che, in congiuntura con la crisi economica, rischia di spegnere la democrazia e di diventare “da medicina un veleno“.

8 risposte a dipende da noi

  1. alter_ego ha detto:

    La vita in rima
    Massimo Gramellini
    Incuriosito dal successo che in Asia lo ha tramutato in fenomeno di culto, ho trascorso alcune ore in compagnia di “Dipende da te”, il corso di educazione esistenziale che un professore coreano, Rando Kim, ha scritto per i ragazzi in cerca di un posto nel mondo, possibilmente non troppo precario. Ho scoperto che l’umanità del Duemila è più simile di quanto suggeriscano i luoghi comuni: anche le mamme coreane ronzano come elicotteri sopra le vite dei figli, anche i giovani coreani saltellano da un corso di specializzazione all’altro per poi rassegnarsi a sedere su impieghi traballanti e stipendi da fame. Persino i consigli del guru sono identici a quelli che da adolescente ruminai in tanti manuali: abbi fiducia in te stesso, sentiti il padrone della tua vita, l’essenziale non è il talento ma il coraggio. Però ce n’è uno che non avevo mai letto così chiaramente: l’importanza della rima per dare ritmo a una poesia o a una canzone. “La rima” scrive Kim, “è una piccola restrizione, come un filo che collega le strofe… Abbiamo bisogno di mettere in rima la nostra vita. Se riesci a importi una piccola lista di regole, puoi essere il poeta della tua esistenza.”

    La rima è una ringhiera e le ringhiere servono a non cadere, ma soprattutto a trovare l’equilibrio per camminare. Quella che sembra una restrizione, se siamo noi a imporcela, diventa espressione di libertà. Sotto l’influsso del prof coreano ho steso la mia prima lista. Regola numero uno: leggi un libro nuovo ogni fine settimana e raccontalo nel Buongiorno del martedì al resto della carovana. (Come rimatore posso solo migliorare).

    • Pietro ha detto:

      Peccato! Peccato! Peccato!
      Queste bellissime firme mi tolgono ormai ogni speranza di “rivincita” delle persone più deboli, più povere, più oppresse, ogni speranza di risalita dal baratro in cui vent’anni di dittatura arcoriana ci hanno precipitato!
      Queste bellissime firme sono la parola “amen” ai funerali della democrazia!

      • smemorato ha detto:

        Capisco che le rivoluzioni pilotate “dall’alto” sono indigeste, ma posto che in Italia le rivoluzioni dal basso si limitano alle masaniellate e alle giornate liberatrici cinque o quattro che dir si voglia, episoniche e localissime, nulla di veramente nazionale: che vogliamo fare? Forse e meglio un movimento d’opinione guidato da menti eccelse che il nulla assoluto (salvo qualche strumentale salita sulle ciminiere) del popolo che franciaospagnapurchesemagna: non credi caro Pietro? Lo so è triste, ma è la nostra realtà, per avere una primavera italiana bisogna attendere che arrivi la fame nera, in quel caso guai a noi perchè sarà una lotta fratricida e non contro il potere, un inverno tremendo altro che primavera. Meglio che vado a dormire…

  2. Pietro ha detto:

    A mente fresca saremo sicuramente d’accordo!
    Pensi che io possa sputare sopra un movimento d’opinione come questo? MAI!
    Prendi uno a caso, Saviano. Lui dice che c’è mafia pure a Milano, sotto la Madonnina e tutto il mondo (il mondo intorno a Monza o arcore) s’incazza, s’incazza, s’incazza, così che alla fine siamo costretti dal “coraggioso” Fabio (fortuna che non ha firmato pure lui!) ad ascoltare, oltre ai ministri che ci propina abitualmente, anche quella faccia di c… di roberto marrone, con la sua lunga reprimenda e il suo lodevole curriculum antimafia (compresi i furti dei suoi “compari” del magico cerchio di Umberto). (senza la verifica manco un anno dopo!)
    Se vuoi, prendine a caso un altro, il redattore del suddetto manifesto. Con molta discrezione, usando il tatto con quattro “t” iniziali, suggerisce, sollecita, conforta regiorgio con un suo autorevole parere e questo che ti fa? SORDO è, e firma firma firma, per i ladri, per i corrotti, per i disonesti, per le banche, per i porci, contro di me, contro di te!
    Vuoi che prendiamo il mio beniamino, Benigni, e consorte, oppure la cara Guzzanti, senza quel ruffiano del padre (i padri sono prima di noi, purtroppo), oppure qualche “giornalista” più umano e meno divo? Che fanno, che facciamo con loro? Facciamo un lungo corteo per andare alla festa del PD, poi a Vasto e poi ai vari “forum” dove appoggeremo questi quattro oligarchi variamente colorati, variamente vestiti, ma tutti con l’unica vocazione a spolparci la carne dopo averci succhiato il sangue.
    Sono tutti brava gente, per carità, non accuso nessuno di loro di malafede.
    Ma questi ormai non sono più della parte mia, nemmeno la giornalista, forse neppure Saviano.
    Ma forse ho sbagliato tutto, forse nessuno di loro è mai stato dalla parte mia.
    La giornalista sa cosa significhi lavorare per una donna come lei, a sessantaquattro e più anni, insegnare in una classe di medie o elementari, non dico a Napoli o Palermo, ma a Ceglie o a Collegno, con 25 addirittura 34 alunni?
    Dei metalmeccanici, camionisti, ferrovieri, infermieri, non chiedo a nessuno.
    Dei disabili e delle loro famiglie non chiedo neppure.
    Dei giovani a chi chiedo?
    I loro li hanno sistemati come i figli della Fornero e di tutti gli altri vampiri alla guida del Paese? Io conosco un bel poco di gente così, erano sindacalisti o contestatori arrabbiati, giornalisti, politici estremi e radicali (cioè incazzati), poi hanno preso “la papagna” dal sistema ed oggi sono abbastanza calmi. Il più a sinistra appoggia acriticamente “famiglie” con vari esponenti in diversi partiti al potere (a Brindisi c’è una maggioranza che comprende tre anime di sel, quattro del pd, tre dell’udc, exdipietristi, qualche pdl-fi, qualche partito di m…., detto società civile, sia al Comune che alla Provincia).
    Io dico a questi bravi ragazzi di LeG: in Italia non ci sono soltanto masanielli che si fanno usare come marionette, ci sono pure lavoratori e cittadini che lottano e credono nella democrazia, nonostante tutto, nonostante gli accordi e le leggi “contra aliquos”, fatte con la complicità di questo parlamento corrotto, con la complicità addirittura di alcuni, se non tutti, sindacati.
    Cari bravi ragazzi di LeG,
    perché non vi mettete VOI alla guida di questo mondo martoriato, con la VOSTRA forza MORALE, con la VOSTRA ricchezza INTELLETTUALE, con le VOSTRE persone certamente CRISTALLINE.
    C’è qualcuno, più bravo di me, più autorevole della mia modesta persona, che da tempo v’invita a ciò!
    Inascoltato.

  3. smemorato ha detto:

    Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

    di Italo Calvino*

    C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

    Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

    Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

    Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
    Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

    Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

    In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

    Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

    Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

    Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

    * da Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori

    • Pietro ha detto:

      La cosa che colpisce di più è la data di questo “Apologo”: gli anni più ruggenti del craxismo, tangentopoli lontanissima e lontanissima la cloaca dei giorni nostri.
      Eppure potresti averlo scritto tu stamattina e non Italo Calvino più di tre decenni fa.
      C’è di che consolarci anche per noi: abbiamo uno “strano” (nel senso di straniero) tic nervoso, l’onestà, e dobbiamo accontentarci di tenercelo nascosto, pur di tenercelo.
      Non c’è bisogno di farne una bandiera, basta tenerlo in vita come il lievito madre.

      • smemorato ha detto:

        Io ho imparato dalle mie nonne e da mia madre a mettere via “u luate” sia in senso pratico e panificatore che in senso morale: prima di danneggiare il vicino, faccio mente locale su cosa ne penserei di lui se mi riservasse un bel danno.

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