Anno nuovo, neve “vecchia”


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(foto di Vincenzo Suma)

La neve, a dispetto dei problemi che crea alla circolazione e alle attività umane in genere, è uno dei più amati fenomeni meteorologici. Il motivo è a mio parere quella sensazione di sospensione del tempo che una nevicata provoca e che questa immagine ben rappresenta. Chi la osserva ne trae sicuramente sensazioni e ricordi. Personalmente resto legato alla nevicata storica del 1956 perché la mia prima e, peraltro neanche vista, data la tenerissima età. Me l’hanno raccontata i miei genitori, eccome me l’hanno raccontata!

“Ti ricordi una volta
Si sentiva soltanto il rumore del fiume la sera
Ti ricordi lo spazio
I chilometri interi
Automobili poche allora
Le canzoni alla radio
Le partite allo stadio
Sulle spalle di mio padre
La fontana cantava
E quell’aria era chiara
Dimmi che era così
C’era pure la giostra
Sotto casa nostra e la musica che suonava
Io bambina sognavo
Un vestito da sera con tremila sottane
Tu la donna che già lo portava
C’era sempre un gran sole
E la notte era bella com’eri tu
E c’era pure la luna molto meglio di adesso
Molto più di così
Com’è com’è com’è
Che c’era posto pure per le favole
E un vetro che riluccica
Sembrava l’America
E chi l’ha vista mai
E zitta e zitta poi
La nevicata del ’56
Roma era tutta candida
Tutta pulita e lucida
Tu mi dici di sì l’hai più vista così
Che tempi quelli
Roma era tutta candida
Tutta pulita e lucida
Tu mi dici di sì l’hai più vista così
Che tempi quelli.”

(la nevicata del 56 cantata da Mia Martini)

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Quasi mezzo secolo fa


Praticamente l’ultimo Natale a Ceglie dello smemorato.

Il Diavoletto

Gli addobbi Natalizi nella Ceglie del 1968. 

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Vecchie foto ritrovate e … pubblicate!

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Noi diciamo NO!


Lo smemorato di Collegno

Il 4 dicembre saremo chiamati a scegliere se accogliere o respingere la Riforma Costituzionale del Governo Renzi che modificherebbe in maniera corposa l’assetto delle Istituzioni, la forma di governo, la natura della nostra democrazia. Noi, avendola letta e studiata a questa riforma diciamo NO e vi invitiamo a fare lo stesso: non esistendo il quorum ogni voto può essere decisivo.

Il nostro è un NO di merito, anche se il clima avvelenato innescato dallo stesso capo di governo sarebbe sufficiente per bocciare un intervento così pesante sulla Costituzione.

La Riforma crea un Parlamento asservito al Governo: il mix tra riforma costituzionale e legge elettorale fa sì che il partito che vince il ballottaggio pur con una bassa rappresentatività (purché abbia anche solo un voto in più del secondo) si aggiudica 340 seggi, ovvero la maggioranza assoluta alla Camera, l’unica a dare la fiducia al Governo. La Riforma…

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epp’


lontani, così vicini

Quanti sono i cegliesi nel mondo?
In vista dell’imminente referendum, sul sito istituzionale del Comune ci si imbatte nell’elenco degli elettori cegliesi che vivono all’estero (come sapete, votano anche gli italiani residenti all’estero). Sono in totale 2.585 (47.8% uomini e 52.2% donne). Dobbiamo però tenere presente che il numero corrisponde a coloro che sono maggiorenni e che si sono iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (non è obbligatorio). Sono dunque ancora di più e sono tantissimi.

A questi bisogna aggiungere i tanti nostri concittadini emigrati nel resto d’Italia per motivi di studio o di lavoro (e, in quest’ultimo caso, non sempre giovanissimi) e che poi restano lì a vivere stabilmente.

Sono dunque tante le persone e le energie che la nostra città ha perso negli anni e il trend difficilmente potrebbe invertirsi: in tanti ancora progettano e continueranno a progettare un loro futuro al di fuori della nostra comunità, per cercare quelle prospettive che qui da noi, purtroppo, faticano a trovare.

E’ una realtà triste, innanzitutto per chi deve lasciare la propria terra ma anche per chi vede allontanarsi amici, parenti. Abbiamo però la gioia di vedere quanti sempre più cegliesi si distinguono in tanti campi professionali e umani, senza mai dimenticare le loro origini e portando sempre alto il nome della nostra città.

Internet è stato rivoluzionario anche per questo (non dimentichiamo che il primo blog cegliese fu quello di Giacomo Nigro sui cegliesi nel mondo) per continuare a tenere sempre vivo il contatto tra noi tutti: tra chi è rimasto qui e la comunità dei cegliesi lontani dalla nostra terra.

Questo post è dedicato a tutti voi, amici cegliesi sparsi per il mondo.

Ovunque vi troviate.

L’originale lo trovate qui > click

Grazie!

 

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La Philìa Messapica rinsalda il legame fra i Sallentini a Baxta (Vaste)


rimangono in attesa di contrarre il patto anche i Comuni di Brindisi, Gallipoli, Carovigno, Ceglie Messapica

Italia-express

Emiliano visita il museo di Vastedi Paolo Rausa
Un patto fra 15 Comuni del Salento, sancito con la firma di una convenzione, è stato firmato sabato 23 gennaio 2016 nel Palazzo Baronale di Vaste ‘per lo svolgimento coordinato di attività volte alla valorizzazione ed alla promozione delle testimonianze archeologiche delle civiltà messapiche’. I Comuni di Otranto, Manduria, Salve, Torchiarolo, Lecce, Nardò, Muro Leccese, Oria, Cavallino, Ugento, Alezio, Poggiardo, Ortelle, Castro, Diso hanno ricordato l’alleanza messapica sancita per combattere il nemico lacedemone di Taras, che aveva soffocato la libertà delle genti che abitavano la ‘Terra di Mezzo’. Correva l’anno 437 a. C. e la riunione segreta dei Curioni Messapici piantò in quella terra sottomessa il seme del riscatto. Il desiderio d’indipendenza si rafforzò affiancandosi al sentimento di solidarietà. Così la Messapia insorse e, nel contempo, si alleò con la città di Thurii, colonia panellenica fra Kroton e Polièion, scendendo in guerra contro i Tarantini. Quasi 2.500…

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Cercasi nome


CERCASI NOME

https://www.facebook.com/hashtag/icercasinome

Questo album è ciò che insieme hanno costruito i bravi ragazzi in cerca di nome. I Cercasi Nome sono una band pugliese autoprodotta che spazia dalla musica rock alla musica pop mantenendo costante l’ identità irriverente e autoironica. Cosi si presentano i bravi ragazzi sul loro canale YouTube.

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Caporalato


caporalato

Rosarno non è solo in Calabria. Il “nuovo” Caporalato torna e si ripropone anche in Puglia, nel Salento. Ma lo sanno in pochi. Lo sannoMohammed e i suoi compagni che, cinque notti addietro, hanno visto arrivare nel campo quel ragazzo sudanese con gli occhi spiritati e la sciabola in mano, così fuori di sé da staccare a morsi l’orecchio a un connazionale. Lo sanno le ragazze africane tenute confinate nell’ultima baracca, quella a cui avvicinarsi è impossibile, costrette a soddisfare l’uomo di turno e a dover rendere conto di sé e dei soldi. Lo sanno Rosa e gli attivisti dell’associazione Diritti a Sud, gli unici, assieme alla Caritas diocesana, a recarsi ogni giorno sul posto per fornire cibo, materassi e assistenza. Poi, della vera portata di quest’altra bomba che da tempo si dice di voler disinnescare non sa più nessuno.

Ghetto di Nardò, Lecce, giugno 2016: è lo stesso, identico, copione di quattro anni fa e di ancora molto prima.

http://www.ilfattoquotidiano.it/201…

E’ stato pubblicato uno studio de The European House-Ambrosetti su dati forniti dal Sindacato Flai Cgil relativi al 2015 sul fenomeno del caporalato in Italia. L’indagine è stata illustrata al convegno di Assosomm, Associazione italiana delle agenzie per il lavoro intitolato ‘Attiviamo lavoro’.

Gli oltre 80 distretti agricoli italiani in cui si pratica il caporalato i lavoratori sopportano in percentuale: 33 casi di condizioni di lavoro “indecenti”, 22 casi di condizioni di lavoro “gravemente sfruttato”. “Più di dodici ore di lavoro nei campi per un salario di 25-30 euro al giorno, meno di 2 euro e 50 l’ora. È la situazione in cui lavorano in Italia 400 mila lavoratori sfruttati dal caporalato, stranieri nell’80% dei casi”, dice La Stampa.

“Alla paga di chi lavora sotto caporali, pari alla metà di quanto stabilito dai contratti nazionali, devono essere sottratti i costi del trasporto, circa 5 euro, l’acquisto di acqua e cibo, l’affitto degli alloggi ed eventualmente l’acquisto di medicinali. Infatti il 74% lavoratori impiegati sotto i caporali è malato e presenta disturbi che all’inizio della stagionalità non si erano manifestati. Le malattie riscontrate sono per lo più curabili con una semplice terapia antibiotica ma si cronicizzano in assenza di un medico a cui rivolgersi e di soldi per l’acquisto delle medicine.

Ad aggravare la situazione contribuisce poi il sovraccarico di lavoro, l’esposizione alle intemperie, l’assenza di accesso all’acqua corrente, che riguarda il 64% dei lavoratori, e ai servizi igienici, che riguarda il 62%. Solo nell’estate 2015 lo studio stima che le vittime del caporalato sono state almeno 10″.

Naturalmente tutto ciò sottrae alle casse dello Stato circa 600 milioni di euro ogni anno in tasse e contributi previdenziali evasi.

Il passato non ha insegnato nulla, ora i caporali sono diventati dei contractor che individuano la manodopera, sopratutto straniera, sul territorio. Ogni caporale controlla da 50 a 200 persone e riceve dalle aziende da cinque a dieci euro a lavoratore. I sindacati parlano di una paga reale di meno di trenta euro per una giornata lavorativa. E nei campi c’è sempre un controllore, delegato dal caporale a governare il lavoro dei braccianti.

Eppure la legge che rende il caporalato un reato penale è una realtà. Evidentemente ha un funzionamento problematico, essa si basa sull’articolo 633 bis del codice penale; ha recepito parzialmente la direttiva 52/2009 dell’Unione europea, manca, però, la parte più importante della direttiva: quella che da la possibilità ai lavoratori immigrati irregolari di denunciare le condizioni di sfruttamento lavorativo, ottenendo così un procedimento di regolarizzazione. Non è un caso, come spesso avviene si recepiscono le norme comunitarie, ma si svuotano di contenuto. Intanto il governo ha presentato un ulteriore disegno di legge e che è all’esame del Senato, prevede indennizzi per le vittime, un piano di interventi per l’accoglienza dei lavoratori agricoli stagionali, l’inasprimento degli strumenti penali con arresti e confisca dei beni.

Occorre comunque lavorare a livello territoriale con un’attenzione particolare al sistema di trasporto dei lavoratori agricoli, tener conto che, per combattere questo fenomeno, serve un gioco di squadra tra Istituzioni, sindacati e associazioni d’impresa. Tutti devono fare la loro parte, cittadini in primis.

 Pubblicato qui: http://www.agoravox.it/Caporalato-una-storia-infinita.html#forum78351

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vai col FAI!


Madonna della Gotta - Speleocem
Sei di Ceglie Messapica? Sei un cegliese nel mondo? Allora di sicuro
Con il FAI – Fondo Ambiente Italiano puoi vivere e amare luoghi unici d’arte e natura in tutta Italia: clicca sul link qua sotto e scopri di più su CHIESA RURALE MADONNA DELLA GROTTA e… naturalmente, VOTA!

La Madonna della grotta è dapprima una grotta naturale ricca di stalattiti e stalagmiti che presenta ambienti utilizzati intorno al 900 d. C. dai monaci basiliani e stretti passaggi con gallerie riccamente decorate dalla natura. La funzione religiosa del luogo è testimoniata dagli affreschi in stile bizantino e dagli altari in pietra. L’affresco della Vergine con il bambino dà il nome alla chiesa e alla contrada. Nel XIV secolo sull’antico luogo di culto viene costruita la chiesa ad opera del maestro-architetto Domenico De Juliano. La facciata della chiesa, in bugnato rustico, presenta un rosone e due campanili a vela, lo stile ricorda un tardo gotico. A fianco della chiesa il corpo masserizio dell’odierna fattoria più volte rimaneggiata nel corso dei secoli, probabilmente in origine locali di un antico chiostro poi destinati a beneficio dei tanti pellegrini che in primavera si recavano al santuario mariano (in particolare nel XVI sec.). Questo luogo d’incanto, in cui gli aspetti naturalistici si fondono in armonia con quelli culturali, si raggiunge da Ceglie percorrendo per sei chilometri la vecchia strada per Francavilla Fontana.

chiesa madonna della grotta ceglie messapica fai

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Bertinotti e signora in vista a Ceglie Messapica


berty e lella

Dopo aver visitato la locale sezione di Comunione e Liberazione (istituita per l’occasione), il Presidente Emerito ha brevemente ricordato, con un sobrio discorso di due ore e mezza, i tempi magnifici e progressivi in cui, con sprezzo del pericolo, minava alla base i governi del così detto ulivo, spianando la strada al meraviglioso ventennio berlusconiano che tanto bene portò alla Patria comune. Una targa è stata scoperta, per l’occasione abbasc u mundurron luogo caro al caro berty, nomignolo predisposto seduta stante dagli amici della locale amministrazione con numerosi esponenti di rifondazione alfanista.

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il biscotto cegliese alla ribalta


biscotto cegliese

Voglio segnalarvi un articolo apparso sulle pagine web del sito Turismo.it partner de La Stampa di Torino, giornale che di tanto in tanto si occupa delle nostre zone. Mi pare completo, ma mi sono permesso di adattare il testo allo stile del blog.

A Ceglie Messapica la mandorla ha una tradizione lunghissima. La posizione ottimale ed il clima della bella località pugliese hanno favorito lo sviluppo della coltivazione del mandorlo in decine di varietà, di cui 40 ancora oggi presenti sul territorio, anche se alcune, purtroppo, ridotte a pochi esemplari. Proprio le ottime mandorle locali sono diventate l’ingrediente principale della ricetta più emblematica del paese, quella del Biscotto di Ceglie.

Non è un caso se l’emblema di un territorio come quello del comune di Ceglie Messapica  sia proprio un’antica ricetta a base del gustoso frutto secco locale. Da almeno tre secoli, infatti, nel bel comune dell’Alto Salento si produce un tradizionale biscotto che sprigiona tutto il sapore delle mandorle con le quali si ottiene l’impasto, e dell’uva oppure delle ciliegie delle colture del luogo impiegate per la preparazione della marmellata utilizzata come farcitura. Il Biscotto di Ceglie, dunque, in un piccolo cubo di pasta di mandorle racchiude l’intera tradizione contadina della località pugliese e, non a caso, è da lungo tempo uno dei protagonisti delle grandi occasioni, come i banchetti nuziali. Basti pensare che fino a non molti decenni fa rappresentava un elemento immancabile delle bomboniere cegliesi.

La ricetta del Biscotto di Ceglie, localmente chiamato con il termine dialettale “U’Pisquett’l”, ha meritato l’inserimento nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT), oltre che la tutela della Fondazione Slow Food che, attraverso l’istituzione di un Presidio dotatosi di un rigido Disciplinare di produzione basato sull’utilizzo di soli prodotti del territorio comunale, punta alla riscoperta degli antichi sapori e delle colture tradizionali locali, alcune delle quali rischiano di scomparire.

Il Biscotto di Ceglie è, dunque, un gustoso dolcetto di pasta di mandorle farcito con marmellata di ciliegia o di uva. Ha la forma di un cubo irregolare e sfoggia un invitante colore bruno conferito dall’utilizzo di mandorle tostate per l’impasto e dalla glassa a base di zucchero e cacao talvolta utilizzata come copertura.

Ancora oggi a Ceglie Messapica è ancora diffusa l’usanza di preparare in casa il gustoso biscotto locale che rappresenta, anche, uno dei prodotti di punta di forni e pasticcerie locali. Anche i ristoranti ne propongono spesso la propria versione seppure, talvolta, rivisitata in base alla creatività e all’ispirazione del cuoco. Perchè lo si possa, però, chiamare Biscotto di Ceglie, deve rispettare alcuni dei requisti imposti dal Disciplinare che prevede l’utilizzo di mandorle di varietà Cegliese per almeno il 70% che possono essere addizionate con altre varietà come Sepp D’Amic, Spappacarnale, Sciacallo, Tondina o Sandricana, Martinese, Albanese, Sant’ Anna, Zia Pasqua, Gianfreda, Mingunna, Amenela amara, fino ad un massimo del 30%. La farcitura deve essere, invece, a base di confettura ottenuta da sole ciliegie di varietà locali (Capa di Serpa, Mascialora, Cirasona) o uve di tipo Verdeca, Bianco di Alessano, Fiano, Susumaniello, Ottavianello, Bombino, Francavilla, Malvasia, Impigno, Moscato o Somarello Notardomenico.

Non è un caso che sia stata proprio una ricetta a base di mandorle a diventare il simbolo della bella località salentina. Le decine di varietà ancora presenti sul territorio e la tradizione secolare, come testimoniato dagli scritti di Vincenzo Corrado della fine del XVIII secolo, rendono, infatti, questa coltura una delle più rappresentative del territorio cegliese.

Sebbene sia quasi impossibile reperire al di fuori dei confini comunali gli ingredienti indicati nel Disciplinare di produzione, si può comunque provare a preparare in casa, rispettando le proporzioni della ricetta originale, i gustosi biscotti pugliesi che, una volta pronti, saranno ottimi da gustare assieme ad un bicchiere di liquore o di vino dolce.
La ricetta: Biscotto di Ceglie. Ingredienti: un chilo di mandorle (di cui il 50% tostate), 120 grammi di marmellata di ciliegie o di uva, 300 grammi di zucchero, 50 grammi di miele, 3 o 4 uova, 10 millilitri di rosolio di agrumi, la scorza grattugiata di un limone. Tritate finemente le mandorle precedentemente spellate, scottate in acqua bollente e tostate (per il 50%), e lavoratele con lo zucchero, il miele, il rosolio, la scorza di limone e le uova in quantità sufficiente a rendere l’impasto lavorabile mantenendolo, però, abbastanza duro. Ricavatene delle strisce di circa 12-14 centimetri di larghezza, 35-40 di lunghezza e 1,5 di spessore. Spalmate la marmellata sul bordo e ripiegate la striscia su sé stessa, continuando fino ad arrotolarla completamente, lasciando la marmellata al centro. Otterrete, così, dei filoncini di impasto farciti che taglierete in quadratini di circa 5 centimetri che sistemerete, quindi, su una placca da forno lievemente infarinata e cuocerete per circa 15-20 minuti a 160°-180°. Potete, quindi, se lo desiderate, procedere ad una leggera glassatura (“gileppapura”) dei biscotti facendo sciogliere dello zucchero nell’acqua e scaldando fino a quando non comincerà a filare. Fate freddare il composto, poi sbattetelo energicamente fin quando non diventi bianco e scioglietelo a bagnomaria aggiungendo il cacao (circa 100 grammi per ogni chilo di zucchero). Immergente, quindi, i biscotti nella glassa (“gileppo”) e fateli asciugare per circa 3-5 minuti.

 

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Il “Trullo Sovrano” dicono che si trovi a Pascarosa,


La meta di molte mie gite ciclistiche ai tempi che furono.

Il Diavoletto

però se andate in quel borgo appollaiato sulla collina che domina il Colle di Ceglie e la pianura Salentina non troverete nessuna indicazione. Trullo Sovrano

Il più antico trullo della storia (secondo la mia opinione) si trova invece a circa un km da Pascarosa in località “Satia”, in un luogo baricentrico rispetto ai comuni di Ceglie Messapica, Martina Franca, Cisternino ed Ostuni. Un trullo si definisce “Sovrano” poichè ha un vano… sopra! Le foto non rendono appieno la maestosità di questo gioiello. Bisogna vederlo, toccarlo e percepire la sua energia. I coni sono alti oltre 20 metri e non hanno pinnacolo. Quello destinato a stalla ha un foro in alto. Guardando dall’interno sembra di essere nel Pantheon!

Buona escursione!

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si


Pietro

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