La Philìa Messapica rinsalda il legame fra i Sallentini a Baxta (Vaste)


rimangono in attesa di contrarre il patto anche i Comuni di Brindisi, Gallipoli, Carovigno, Ceglie Messapica

Italia-express

Emiliano visita il museo di Vastedi Paolo Rausa
Un patto fra 15 Comuni del Salento, sancito con la firma di una convenzione, è stato firmato sabato 23 gennaio 2016 nel Palazzo Baronale di Vaste ‘per lo svolgimento coordinato di attività volte alla valorizzazione ed alla promozione delle testimonianze archeologiche delle civiltà messapiche’. I Comuni di Otranto, Manduria, Salve, Torchiarolo, Lecce, Nardò, Muro Leccese, Oria, Cavallino, Ugento, Alezio, Poggiardo, Ortelle, Castro, Diso hanno ricordato l’alleanza messapica sancita per combattere il nemico lacedemone di Taras, che aveva soffocato la libertà delle genti che abitavano la ‘Terra di Mezzo’. Correva l’anno 437 a. C. e la riunione segreta dei Curioni Messapici piantò in quella terra sottomessa il seme del riscatto. Il desiderio d’indipendenza si rafforzò affiancandosi al sentimento di solidarietà. Così la Messapia insorse e, nel contempo, si alleò con la città di Thurii, colonia panellenica fra Kroton e Polièion, scendendo in guerra contro i Tarantini. Quasi 2.500…

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Cercasi nome


CERCASI NOME

https://www.facebook.com/hashtag/icercasinome

Questo album è ciò che insieme hanno costruito i bravi ragazzi in cerca di nome. I Cercasi Nome sono una band pugliese autoprodotta che spazia dalla musica rock alla musica pop mantenendo costante l’ identità irriverente e autoironica. Cosi si presentano i bravi ragazzi sul loro canale YouTube.

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Caporalato


caporalato

Rosarno non è solo in Calabria. Il “nuovo” Caporalato torna e si ripropone anche in Puglia, nel Salento. Ma lo sanno in pochi. Lo sannoMohammed e i suoi compagni che, cinque notti addietro, hanno visto arrivare nel campo quel ragazzo sudanese con gli occhi spiritati e la sciabola in mano, così fuori di sé da staccare a morsi l’orecchio a un connazionale. Lo sanno le ragazze africane tenute confinate nell’ultima baracca, quella a cui avvicinarsi è impossibile, costrette a soddisfare l’uomo di turno e a dover rendere conto di sé e dei soldi. Lo sanno Rosa e gli attivisti dell’associazione Diritti a Sud, gli unici, assieme alla Caritas diocesana, a recarsi ogni giorno sul posto per fornire cibo, materassi e assistenza. Poi, della vera portata di quest’altra bomba che da tempo si dice di voler disinnescare non sa più nessuno.

Ghetto di Nardò, Lecce, giugno 2016: è lo stesso, identico, copione di quattro anni fa e di ancora molto prima.

http://www.ilfattoquotidiano.it/201…

E’ stato pubblicato uno studio de The European House-Ambrosetti su dati forniti dal Sindacato Flai Cgil relativi al 2015 sul fenomeno del caporalato in Italia. L’indagine è stata illustrata al convegno di Assosomm, Associazione italiana delle agenzie per il lavoro intitolato ‘Attiviamo lavoro’.

Gli oltre 80 distretti agricoli italiani in cui si pratica il caporalato i lavoratori sopportano in percentuale: 33 casi di condizioni di lavoro “indecenti”, 22 casi di condizioni di lavoro “gravemente sfruttato”. “Più di dodici ore di lavoro nei campi per un salario di 25-30 euro al giorno, meno di 2 euro e 50 l’ora. È la situazione in cui lavorano in Italia 400 mila lavoratori sfruttati dal caporalato, stranieri nell’80% dei casi”, dice La Stampa.

“Alla paga di chi lavora sotto caporali, pari alla metà di quanto stabilito dai contratti nazionali, devono essere sottratti i costi del trasporto, circa 5 euro, l’acquisto di acqua e cibo, l’affitto degli alloggi ed eventualmente l’acquisto di medicinali. Infatti il 74% lavoratori impiegati sotto i caporali è malato e presenta disturbi che all’inizio della stagionalità non si erano manifestati. Le malattie riscontrate sono per lo più curabili con una semplice terapia antibiotica ma si cronicizzano in assenza di un medico a cui rivolgersi e di soldi per l’acquisto delle medicine.

Ad aggravare la situazione contribuisce poi il sovraccarico di lavoro, l’esposizione alle intemperie, l’assenza di accesso all’acqua corrente, che riguarda il 64% dei lavoratori, e ai servizi igienici, che riguarda il 62%. Solo nell’estate 2015 lo studio stima che le vittime del caporalato sono state almeno 10″.

Naturalmente tutto ciò sottrae alle casse dello Stato circa 600 milioni di euro ogni anno in tasse e contributi previdenziali evasi.

Il passato non ha insegnato nulla, ora i caporali sono diventati dei contractor che individuano la manodopera, sopratutto straniera, sul territorio. Ogni caporale controlla da 50 a 200 persone e riceve dalle aziende da cinque a dieci euro a lavoratore. I sindacati parlano di una paga reale di meno di trenta euro per una giornata lavorativa. E nei campi c’è sempre un controllore, delegato dal caporale a governare il lavoro dei braccianti.

Eppure la legge che rende il caporalato un reato penale è una realtà. Evidentemente ha un funzionamento problematico, essa si basa sull’articolo 633 bis del codice penale; ha recepito parzialmente la direttiva 52/2009 dell’Unione europea, manca, però, la parte più importante della direttiva: quella che da la possibilità ai lavoratori immigrati irregolari di denunciare le condizioni di sfruttamento lavorativo, ottenendo così un procedimento di regolarizzazione. Non è un caso, come spesso avviene si recepiscono le norme comunitarie, ma si svuotano di contenuto. Intanto il governo ha presentato un ulteriore disegno di legge e che è all’esame del Senato, prevede indennizzi per le vittime, un piano di interventi per l’accoglienza dei lavoratori agricoli stagionali, l’inasprimento degli strumenti penali con arresti e confisca dei beni.

Occorre comunque lavorare a livello territoriale con un’attenzione particolare al sistema di trasporto dei lavoratori agricoli, tener conto che, per combattere questo fenomeno, serve un gioco di squadra tra Istituzioni, sindacati e associazioni d’impresa. Tutti devono fare la loro parte, cittadini in primis.

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vai col FAI!


Madonna della Gotta - Speleocem
Sei di Ceglie Messapica? Sei un cegliese nel mondo? Allora di sicuro
Con il FAI – Fondo Ambiente Italiano puoi vivere e amare luoghi unici d’arte e natura in tutta Italia: clicca sul link qua sotto e scopri di più su CHIESA RURALE MADONNA DELLA GROTTA e… naturalmente, VOTA!

La Madonna della grotta è dapprima una grotta naturale ricca di stalattiti e stalagmiti che presenta ambienti utilizzati intorno al 900 d. C. dai monaci basiliani e stretti passaggi con gallerie riccamente decorate dalla natura. La funzione religiosa del luogo è testimoniata dagli affreschi in stile bizantino e dagli altari in pietra. L’affresco della Vergine con il bambino dà il nome alla chiesa e alla contrada. Nel XIV secolo sull’antico luogo di culto viene costruita la chiesa ad opera del maestro-architetto Domenico De Juliano. La facciata della chiesa, in bugnato rustico, presenta un rosone e due campanili a vela, lo stile ricorda un tardo gotico. A fianco della chiesa il corpo masserizio dell’odierna fattoria più volte rimaneggiata nel corso dei secoli, probabilmente in origine locali di un antico chiostro poi destinati a beneficio dei tanti pellegrini che in primavera si recavano al santuario mariano (in particolare nel XVI sec.). Questo luogo d’incanto, in cui gli aspetti naturalistici si fondono in armonia con quelli culturali, si raggiunge da Ceglie percorrendo per sei chilometri la vecchia strada per Francavilla Fontana.

chiesa madonna della grotta ceglie messapica fai

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Bertinotti e signora in vista a Ceglie Messapica


berty e lella

Dopo aver visitato la locale sezione di Comunione e Liberazione (istituita per l’occasione), il Presidente Emerito ha brevemente ricordato, con un sobrio discorso di due ore e mezza, i tempi magnifici e progressivi in cui, con sprezzo del pericolo, minava alla base i governi del così detto ulivo, spianando la strada al meraviglioso ventennio berlusconiano che tanto bene portò alla Patria comune. Una targa è stata scoperta, per l’occasione abbasc u mundurron luogo caro al caro berty, nomignolo predisposto seduta stante dagli amici della locale amministrazione con numerosi esponenti di rifondazione alfanista.

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il biscotto cegliese alla ribalta


biscotto cegliese

Voglio segnalarvi un articolo apparso sulle pagine web del sito Turismo.it partner de La Stampa di Torino, giornale che di tanto in tanto si occupa delle nostre zone. Mi pare completo, ma mi sono permesso di adattare il testo allo stile del blog.

A Ceglie Messapica la mandorla ha una tradizione lunghissima. La posizione ottimale ed il clima della bella località pugliese hanno favorito lo sviluppo della coltivazione del mandorlo in decine di varietà, di cui 40 ancora oggi presenti sul territorio, anche se alcune, purtroppo, ridotte a pochi esemplari. Proprio le ottime mandorle locali sono diventate l’ingrediente principale della ricetta più emblematica del paese, quella del Biscotto di Ceglie.

Non è un caso se l’emblema di un territorio come quello del comune di Ceglie Messapica  sia proprio un’antica ricetta a base del gustoso frutto secco locale. Da almeno tre secoli, infatti, nel bel comune dell’Alto Salento si produce un tradizionale biscotto che sprigiona tutto il sapore delle mandorle con le quali si ottiene l’impasto, e dell’uva oppure delle ciliegie delle colture del luogo impiegate per la preparazione della marmellata utilizzata come farcitura. Il Biscotto di Ceglie, dunque, in un piccolo cubo di pasta di mandorle racchiude l’intera tradizione contadina della località pugliese e, non a caso, è da lungo tempo uno dei protagonisti delle grandi occasioni, come i banchetti nuziali. Basti pensare che fino a non molti decenni fa rappresentava un elemento immancabile delle bomboniere cegliesi.

La ricetta del Biscotto di Ceglie, localmente chiamato con il termine dialettale “U’Pisquett’l”, ha meritato l’inserimento nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT), oltre che la tutela della Fondazione Slow Food che, attraverso l’istituzione di un Presidio dotatosi di un rigido Disciplinare di produzione basato sull’utilizzo di soli prodotti del territorio comunale, punta alla riscoperta degli antichi sapori e delle colture tradizionali locali, alcune delle quali rischiano di scomparire.

Il Biscotto di Ceglie è, dunque, un gustoso dolcetto di pasta di mandorle farcito con marmellata di ciliegia o di uva. Ha la forma di un cubo irregolare e sfoggia un invitante colore bruno conferito dall’utilizzo di mandorle tostate per l’impasto e dalla glassa a base di zucchero e cacao talvolta utilizzata come copertura.

Ancora oggi a Ceglie Messapica è ancora diffusa l’usanza di preparare in casa il gustoso biscotto locale che rappresenta, anche, uno dei prodotti di punta di forni e pasticcerie locali. Anche i ristoranti ne propongono spesso la propria versione seppure, talvolta, rivisitata in base alla creatività e all’ispirazione del cuoco. Perchè lo si possa, però, chiamare Biscotto di Ceglie, deve rispettare alcuni dei requisti imposti dal Disciplinare che prevede l’utilizzo di mandorle di varietà Cegliese per almeno il 70% che possono essere addizionate con altre varietà come Sepp D’Amic, Spappacarnale, Sciacallo, Tondina o Sandricana, Martinese, Albanese, Sant’ Anna, Zia Pasqua, Gianfreda, Mingunna, Amenela amara, fino ad un massimo del 30%. La farcitura deve essere, invece, a base di confettura ottenuta da sole ciliegie di varietà locali (Capa di Serpa, Mascialora, Cirasona) o uve di tipo Verdeca, Bianco di Alessano, Fiano, Susumaniello, Ottavianello, Bombino, Francavilla, Malvasia, Impigno, Moscato o Somarello Notardomenico.

Non è un caso che sia stata proprio una ricetta a base di mandorle a diventare il simbolo della bella località salentina. Le decine di varietà ancora presenti sul territorio e la tradizione secolare, come testimoniato dagli scritti di Vincenzo Corrado della fine del XVIII secolo, rendono, infatti, questa coltura una delle più rappresentative del territorio cegliese.

Sebbene sia quasi impossibile reperire al di fuori dei confini comunali gli ingredienti indicati nel Disciplinare di produzione, si può comunque provare a preparare in casa, rispettando le proporzioni della ricetta originale, i gustosi biscotti pugliesi che, una volta pronti, saranno ottimi da gustare assieme ad un bicchiere di liquore o di vino dolce.
La ricetta: Biscotto di Ceglie. Ingredienti: un chilo di mandorle (di cui il 50% tostate), 120 grammi di marmellata di ciliegie o di uva, 300 grammi di zucchero, 50 grammi di miele, 3 o 4 uova, 10 millilitri di rosolio di agrumi, la scorza grattugiata di un limone. Tritate finemente le mandorle precedentemente spellate, scottate in acqua bollente e tostate (per il 50%), e lavoratele con lo zucchero, il miele, il rosolio, la scorza di limone e le uova in quantità sufficiente a rendere l’impasto lavorabile mantenendolo, però, abbastanza duro. Ricavatene delle strisce di circa 12-14 centimetri di larghezza, 35-40 di lunghezza e 1,5 di spessore. Spalmate la marmellata sul bordo e ripiegate la striscia su sé stessa, continuando fino ad arrotolarla completamente, lasciando la marmellata al centro. Otterrete, così, dei filoncini di impasto farciti che taglierete in quadratini di circa 5 centimetri che sistemerete, quindi, su una placca da forno lievemente infarinata e cuocerete per circa 15-20 minuti a 160°-180°. Potete, quindi, se lo desiderate, procedere ad una leggera glassatura (“gileppapura”) dei biscotti facendo sciogliere dello zucchero nell’acqua e scaldando fino a quando non comincerà a filare. Fate freddare il composto, poi sbattetelo energicamente fin quando non diventi bianco e scioglietelo a bagnomaria aggiungendo il cacao (circa 100 grammi per ogni chilo di zucchero). Immergente, quindi, i biscotti nella glassa (“gileppo”) e fateli asciugare per circa 3-5 minuti.

 

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Il “Trullo Sovrano” dicono che si trovi a Pascarosa,


La meta di molte mie gite ciclistiche ai tempi che furono.

Il Diavoletto

però se andate in quel borgo appollaiato sulla collina che domina il Colle di Ceglie e la pianura Salentina non troverete nessuna indicazione. Trullo Sovrano

Il più antico trullo della storia (secondo la mia opinione) si trova invece a circa un km da Pascarosa in località “Satia”, in un luogo baricentrico rispetto ai comuni di Ceglie Messapica, Martina Franca, Cisternino ed Ostuni. Un trullo si definisce “Sovrano” poichè ha un vano… sopra! Le foto non rendono appieno la maestosità di questo gioiello. Bisogna vederlo, toccarlo e percepire la sua energia. I coni sono alti oltre 20 metri e non hanno pinnacolo. Quello destinato a stalla ha un foro in alto. Guardando dall’interno sembra di essere nel Pantheon!

Buona escursione!

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si


Pietro

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gli anni passano, la chiacchiere restano


francesco-monaco domenico-biondi.jpg

La vicenda blog/anonimato sta ancora alimentando il dibattito tra l’Amministrazione Comunale e i blogger messapici. Negli ultimi giorni, sulla questione, non si è espressa solo l’Amministrazione Comunale, ma è arrivato il parere di numerosi titolari di blog messapici. Tra questi Francesco Monaco, titolare del blog “Tribuna Libera”, tra i più longevi nella blogosfera messapica: “A mio parere quello che è avvenuto negli ultimi giorni è un siparietto di una piccola politica locale che fa ricorso ad armi di distrazione di massa per tentare di sorvolare su questioni molto più serie che riguardano la cittadinanza cegliese“, commenta Monaco di “Tribuna Libera”. Ci sono questioni che andrebbero affrontate con urgenza, per rispetto dei cittadini e del loro stesso ruolo di consiglieri comunali”. “A Ceglie di siti/blog ce ne sono tanti, tutti diversi e rappresentativi di tutte le “correnti di pensiero”. Alle ultime elezioni ricordiamo che i quattro principali blog avevano preso tutti posizione per un candidato sindaco piuttosto che per un altro. Non abbiamo paura del confronto, neanche di quello quotidiano con chi preferisce non firmarsi e che il più delle volte dall’anonimato attacca proprio i blog. Così’ come, quando avanziamo considerazioni, apprezzamenti o critiche all’operato amministrativo noi gestori lo facciamo alla luce del sole. Anche noi bloggers possiamo sbagliare a volte, ci mancherebbe, e per questo pubblichiamo con risalto anche le precisazioni e le rettifiche di chi ritiene siano state scritte cose inesatte. Con correttezza e serietà, sempre che queste richieste di rettifica, o richiesta di cancellazione di commenti, ci giungano (è molto raro)”. “La risposta all’attacco l’abbiamo data anche sui nostri blog“, aggiunge Francesco Monaco. “Non ho molto altro da aggiungere sulla questione. Faccio mia una frase pronunciata da un giornalista americano negli anni Sessanta e riferita alla famiglia Kennedy che lo aveva criticato non apprezzando alcuni suoi articoli”: “C’eravamo già quando siete arrivati, ci saremo ancora quando dovrete andare via”. “Credo che quelle parole possano valere anche per situazioni di altri luoghi e di altri tempi“, conclude il blogger di “Tribuna Libera”.

(fonte foto)

Ceglie Messapica è una realtà unica, che si distingue dalle altre città della provincia di Brindisi e della Valle d’Itria, che commentano o partecipano attraverso alla politica locale tramite numerosi siti internet. A farla da padrone nella città messapica sono invece i blog. Nel tempo hanno creato una vera e propria rete, un fenomeno del tutto particolare e che in questi anni ha dato spunto a diverse testate e società di comunicazione per approfondire il fenomeno “blogosfera-Ceglie Messapica“. Negli ultimi giorni sul banco degli imputati e veri protagonisti, sono diventati i commenti anonimi, una caratteristica che molti blog messapici continuano a fornire agli utenti. Da questi, molte volte, e con picchi nelle scorse settimane, sarebbero arrivati commenti duri e diretti, rivolti ai componenti dell’Amministrazione comunale. Non semplici critiche, ma ripetuti attacchi che hanno toccato la sfera personale, tanto da indurre l’Amministrazione Comunale a pensare ad un Consiglio Comunale specifico per dibattere sul tema. Una scelta quest’ultima vista dai blogger come un tentativo di mettere una sorta di bavaglio alle critiche e alla libertà di opinione nella città messapica. Su questo tema che rappresenta la principale scintilla della polemica è intervenuto Antonello Laveneziana, consigliere comunale di maggioranza, che spiega le motivazioni dell’Amministrazione Comunale: “Noi non vogliamo mettere assolutamente bavagli, o freni alla libertà di stampa e di opinione a Ceglie Messapica“, commenta Laveneziana. “I commenti, le critiche sono ben accette, e sicuramente danno ulteriore stimolo a tutta la macchina amministrativa per far meglio, ma non si possono accettare, secondo il mio parere, attacchi che vanno a colpire le persone dirette, molti dei quali non hanno una ragione di critica sull’operato amministrativo, ma sono esclusivamente ingiurie personali. Ok alle critiche sul nostro operato ma le offese personali sono cosa opposta“. Sul Consiglio Comunale: “L’Amministrazione Comunale ha pensato di convocare un Consiglio Comunale specifico per dibattere sulla questione dell’anonimato quando diventa mezzo per offendere. L’avevamo programmato per fine settimana ma è stato rinviato per l’interesse mostrato da altri consiglieri a questo tema. Ci aggiorneremo e decideremo un’altra eventuale data“. Infine ancora un’altra precisazione: “Ribadisco ancora una volta un concetto fondamentale. Da parte nostra non critichiamo l’operato dei blog, assolutamente. Sono un fenomeno che negli anni si è consolidato e ha dato una particolarità alla nostra città. Il vero problema sono gli attacchi personali che spesso vengono rivolti in forma anonima. Accettiamo qualsiasi critica, ma queste devono riguardare il nostro operato non la sfera personale dei componenti dell’Amministrazione. Un clima sereno è un fattore in più per tutta la città“, conclude Laveneziana.

***

Alcibiade aveva un cane bellissimo che, per altro, aveva pagato moltissimo. Un giorno inopinatamente gli tagliò la bellissima coda. Agli amici che lo rimproveravano per quel gesto e, dicendosi pieni di compassione per il cane, lo criticavano per quel gesto, Alcibiade rispose ridendo:
– E’ proprio questo che voglio! Che gli ateniesi parlino di questo fatto e non abbiano il tempo per dire nulla di più pesante sul mio conto.
(Plutarco – Vita di Alcibiade)

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Buona Pasqua!


Buona Pasqua a tutti i cegliesi nel mondo!

Lo smemorato di Collegno

coniglio

Vi siete mai chiesti quale sia l’origine dello scambio delle uova? Si potrebbe pensare che sia una tradizione tutta cristiana. Pare nata nel Medioevo, in occasione della festività di Pasqua, i cristiani si donavano le uova a simboleggiare la resurrezione del Nazareno dal santo sepolcro. Inizialmente si usavano quelle vere, colorate e con dediche ben auguranti: le uova venivano bollite avvolte con delle foglie, o insieme con dei fiori, in modo da assumere una tonalità vivace. Gli aristocratici, che potevano permettersi certi lussi, le rivestivano di metalli preziosi. Così fece Edoardo I, re d’Inghilterra dal 1272 al 1307, che commissionò la creazione di circa 450 uova dorate da donare per Pasqua ai suoi amici. Solo dal ‘900, complice l’avvento della commercializzazione, hanno preso sempre più piede le uova di cioccolato, con all’interno una sorpresa. Nate per i più piccini, oggi seducono anche i grandi.

In verità, già il…

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come eravamo


chi sono

Colui che vuole (vorrebbe) provare a completare il grande puzzle dell’esistenza, naturalmente non ci riuscirà mai anche a causa della sua scarsa memoria. I casi della vita l’hanno condotto nella città dello smemorato da dove prosegue la sua ricerca delle tessere mancanti. Il vostro aiuto in questa ricerca sarà importante e gradito.
venerdì, 30 dicembre 2005
Buon anno nel trullo

Se passo davanti alla casa dove abito, posso dire “abito là” ma non posso dire di abitare tutti i luoghi allo stesso modo, e non tutti i luoghi evocano la stessa memoria. Abitare e ricordare non sono attività disgiunte e non sempre abitiamo un luogo consapevoli del carico (talora del sovraccarico) emotivo che esso comporta. E’ chiaro che, volendo, tutto può diventare “luogo della memoria”, non soltanto i luoghi che si possano toccare o visitare materialmente. Tutto è fruibile in questo immaginario museo del ricordo: i luoghi della grande Storia, come quelli della piccola nostra storia. I ricordi e la memoria ci abitano. Nascere sulla Murgia brindisina durante la metà degli anni cinquanta del secolo scorso ed abitare in un trullo è cosa abbastanza normale e naturale. Il territorio dei tuoi genitori e le sue architetture sono la tua prima casa, il tuo primo ambiente. Abitare è in fondo la prima cosa che ci accade di fare appena nati. Prima di vestirci noi abitiamo, prima di mangiare noi abitiamo. Ai tempi in cui nacqui si abitava subito la nostra prima casa, oggi capita molto spesso di abitare una stanza di ospedale ma grazie a Dio è una sistemazione provvisoria. Ora, forse, chi legge si chiederà cos’è un trullo? Cosa vuol dire questa simpatica e curiosa parola? Bene intanto vi mostro una bella foto del trullo che ho abitato nella mia infanzia:

Vi è piaciuto? Continuate la lettura, cliccate!

 http://www.spaziodi.it/magazine/n0108/viewarticolo.asp?op=stamparticolo&id=128)

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categoria:ricordi, buon anno
martedì, 03 gennaio 2006
A morte la chianca!
E alla fine sono arrivati anche alla mia strada, futura vittima di questa smania di ripavimentare il centro storico. Passeggiando per i vicoli o per il “ringo” è possibile tracciare una “storia della pavimentazione”, passata attraverso le vecchie chianche, le pseudobetonelle di asfalto, le chianche nere ed il biancone di Trani. Ecco…da me sopravvivono ancora le vecchie chianche, per l’appunto. Quelle che le donne usano ancora lavare con candeggina, strofinando in ginocchio l’uscio e le zone limitrofe della propria casa. Quelle che sono tutte dissestate, in cui inciampi spesso, che quando piove formano pozze d’acqua che difficilmente si asciugeranno al sole, quelle che permettono qua e là all’erba di nascere e vivere. Quelle che durante l’inverno si ricoprono di un sottile strato di neve, facendoti scivolare ad ogni passo, quelle che ti costringono a procedere piano attaccandoti alle pareti delle case imbiancate di calce, sennò cadi….ma in fondo è divertente. Da circa un mese sono sorte nella piazzetta su via Bellini pile di biancone di Trani accuratamente tagliato in blocchi preordinati…man mano le vecchie chianche vanno via per far posto ad una gettata di cemento su cui posare, con disegni improbabili, la nuova pietra. Ed ora è tutto bianco, candido del materiale appena uscito dalla cava e della polvere proveniente dal loro taglio che impera ovunque. Durerà fino a quando le auto non lasceranno le loro impronte con i pneumatici, fino a quando non perderanno dell’olio, e fino a quando giovani balordi e disattenti non sputeranno per terra le loro gomme da masticare, lasciando dei “bollini” neri difficili da mandar via. E allora rimpiangeremo le vecchie chianche, così lisce per l’usura da essere inattaccabili a tutto questo pattume. Ma per ora le portano via, insieme all’erba e alla poesia.
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categoria:architettura, amministrazione
chi sono
Blogger:
“Lo smemorato, si potrebbe dire, ha troppa memoria da ricordare che è nel contempo una memoria da cancellare: ne costruisce quindi una artificiale, alla quale non solo finisce in qualche modo per credere ma sulla quale si modella.” I casi della vita m’hanno condotto a vivere nella città dello “smemorato” per antonomasia (Collegno) da dove proseguo la costruzione di una mia artificiale memoria o forse ne inseguo la ricostruzione. Il vostro aiuto sarà importante e gradito. Dopo aver conosciuto in rete giovani e stimolanti conterranei, ho deciso di dedicare un blog al mio paese natale (Ceglie Messapica) per recuperarne la realtà anche attraverso la memoria di (in)volontario smemorato.

la memoria raccontata (2)
Il valore culturale della ricerca, realizzata da un gruppo di alunni dell’Istituto professionale Servizi Sociali «Cataldo Agostinelli», è emerso nel corso della serata di presentazione del libro

La memoria raccontata”

lamemoriaraccontata

(Edizioni Aramiré). Un processo di sperimentazione didattica che ha coinvolto, con il supporto degli esperti Luigi Lezzi e Stefania Miscuglio (autori del libro) un’intera classe, in un lavoro letterario sulla narrativa orale a Ceglie Messapica. Nel corso della serata di presentazione, nell’atrio della Casa comunale, sono intervenuti il sindaco Pietro Federico, il dirigente scolastico Francesco Caramia, il prof. Nicola Vignola (coordinatore del progetto), l’assessore alle Politiche culturali Patrizio Suma, l’esperto Luigi Lezzi ed il docente universitario Eugenio Imbriani . «La memoria – ha detto Imbriani – si costruisce attraverso la comunicazione della memoria». Imbriani ha sottolineato, infatti, quanto sia necessario passare dalla retorica della memoria all’impegno della conoscenza. Un impegno che sembra aver contraddistinto gli alunni dell’«Agostinelli» che hanno avuto l’opportunità di intervistare ed interagire con gli anziani narratori della città che hanno fatto memoria

di racconti della tradizione orale, fedelmente registrati e trascritti. Il libro è corredato, inoltre, da un CD, in formato

Mp3, che racchiude oltre 4 ore di registrazione. Anche l’assessore alla Cultura, Patrizio Suma, ha evidenziato il valore di un’opera che ha messo in comunicazione due mondi (i giovani e gli anziani), pur sollevando qualche nota critica dal punto di vista bibliografico. «Credo – ha detto Suma – che nel nostro caso sarebbe stato utile citare “A terra meje”, di Pietro Gatti*, (opera che contiene le note per una grafia del dialetto di Ceglie Messapica e le note di fonetica) e “Ematoritmi” di Maria Antonietta Epifani, il primo lavoro sistematico di ricerca al femminile sulla tradizione e sui canti dell’area messapica, due capisaldi per chi voglia iniziare una riflessione sul dialetto e sulla memoria orale».

Agata Scarafilo – La Gazzetta del Mezzogiorno

* La lingua scelta da Gatti è il dialetto cegliese, idioma irto e arcaico, chiuso in un’enclave, o meglio al discrimine tra diverse aree linguistiche, individuabili la salentina, l’apula e la sannitico-lucana, sicché ha goduto nel tempo di una propria insularità che l’ha preservato da contaminazioni massificanti e imbastardimenti consumistici. Il dialetto cegliese si presentava a Gatti come una scelta naturale o esigenza interiore in quanto voce autentica di una terra umile e diseroica, idioma mitico e corale di lontane Culture sommerse, recuperate per una forza di evocazione endogena, che quasi sovrasta il poeta fattosi nuovo antico aedo, com’egli si definisce:  “Io non mi considero e non sono e non voglio essere altro che un amanuense, consapevole peraltro della insufficienza interiore d’arte. Oppure un cantastorie d’altro tempo. (…) il poeta ha chiarito che il dialetto coincide con la lingua del tempo dell’infanzia, precedente il seminario, in cui si identifica la “parola”.

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categoria:articoli, la lingua cegliese ceglie messapica

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Diffidate delle imitazioni!


Ogni trullo ha una sua autenticità naturale, unica, racconta con le sue pietre una sua storia contadina fatta spesso di stenti, fatiche e sacrifici. In Puglia, dove la pietra è inesauribile il trullo è l’essenza dello spirito di adattamento dell’uomo …

Il Diavoletto

Harran – Turkia

Istria – Slovenia

Casita

Skelling – Irlanda

Trulli Irlandesi

Aquitania – Francia

Aquitania

Sarouji – Siria

Siria trulli

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