Messapia a Ceglie


Strano che i Messapi abbiano scelto un ‘buco’ orografico per il loro insediamento. A meno che Kaeilinon (Ceglie Messapica) non fosse veramente molto estesa.

Quando a fine anni sessanta mio padre contribuì a far giungere nelle case cegliesi l’acqua potabile, ci furono delle acchiature anche a quote più alte. Sarebbe bello trovare qualcosa in suolo pubblico per farne un’area archeologica visitabile.

L'immagine può contenere: spazio all'aperto

(foto Pino Santoro)

***

Riassunto delle puntate precedenti:

Ceglie Messapica, Centro di Documentazione Archeologica

Ceglie Messapica ha origini antichissime: le prime tracce di frequentazione umana nel suo territorio risalgono al paleolitico (inferiore-medio). A partire dal IX secolo l’arrivo delle popolazioni messapiche (probabilmente dall’Illiria) determinò lo sviluppo di un importante insediamento. Combattè in una coalizione di città italiche contro Taranto ed altri centri magnogreci per la propria indipendenza politica; nonostante ciò la Grecia e la sua cultura, come testimoniano i ritrovamenti archeologici, ebbe su Ceglie Messapica un grande influsso. I resti delle possenti mura di difesa messapiche sono tuttora visibili nelle campagne (i paretoni), ma è soprattutto il patrimonio archeologico di vasi ed epigrafi, derivante da corredi funebri, a sorprendere per la sua ricchezza; è possibile visitarlo presso il locale Centro di Documentazione Archeologica in via Enrico De Nicola. In questo video ne proponiamo le immagini.

Buona Visione.

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Novantesimo per San Michele Salentino


I miei bisnonni paterni, cegliesi, erano enfiteuti di un piccolo appezzamento in contrada Cutugn di Massarianova (San Michele Salentino). Insieme costruirono un trullo in cui ho passato periodi della mia prima infanzia. Ecco il motivo che mi spinge a riportare di seguito il ricordo di Edmondo Bellanova.

NOVANTESIMO

Novanta anni fa, la notizia arrivò una mattina d’autunno e trovò la piazza antistante “lì curt”, all’epoca non più di un’aia in breccia polverosa, popolata da polli e galline razzolanti e croccolanti; cani smagriti alla vana ricerca di cibo; gatti, sazi di topi, sdraiati a crogiolarsi al sole.

Ma da quella mattina del 25 ottobre 1928 cambiava la vita per tutti i 4.108 abitanti di San Michele, frazione del comune di San Vito dei Normanni, che per decenni avevano sperato e lottato per l’autonomia.

Finalmente l’impegno dei vari: don Donato Spina, Ettore TAGLIAFERRO, Pietro Rocco SANTORO, don Pietro GALETTA, Giuseppe CIRACI, don Vito Maria ARGENTIERI, Francesco APORTONE, aveva avuto successo, e da quel momento “Masserianova” cessava d’esistere e i sanmichelani diventavano padroni del proprio futuro.

L’agognato distacco da San Vito era ottenuto; San Michele Salentino è comune autonomo e con decreto del 13 marzo 1929 può far uso di stemma e gonfalone propri. Dice il decreto:

Al Comune di San Michele Salentino è concesso di far uso di uno stemma e di un gonfalone; lo stemma sarà il seguente: Interzato in fascia, nel primo d’azzurro, alla stella d’argento; nel secondo scaccato di due file d’argento e di rosso; nel terzo mareggia d’azzurro e d’argento al delfino notante del secondo.

La separazione (“esclusione” era il grido lotta dei protestanti) dal Comune di San Vito dei Normanni non è stata pacifica e consensuale; ha avuto momenti di pericolosi e tragici eventi, vere sommosse popolari a stento controllate dalle regie milizie. Erano stati gli anni (1912-1916) delle proteste, come già annotato nel verbale della visita pastorale del 1877-1878 di Mons. Luigi Maria AQUILLAR: “di un popolo che si allarga alla giornata”.

Tutto era cominciato il 04 agosto 1839 con il primo atto di concessione in enfiteusi dei terreni della masseria San Michele e, quindi, il prossimo appuntamento potrebbe essere il 2039, per festeggiare il bicentenario della nascita Francesco Dentice di Frasso principe di San Vito dei Normanni e Crucoli, volle rivitalizzare le sue proprietà con l’utilizzo di questo strumento già largamente usato in gran parte d’Italia.

Già! Oggi l’enfiteusi è motivo di preoccupazione per le esose ed ingiuste pretese degli attuali possessori del diritto reale a percepire un canone, ma sarebbe storicamente accertato che proprio a questa forma di concessione in uso dei terreni si deve la nascita del comune di San Michele Salentino.

I terreni della masseria, sino al luglio 1840 in fitto a Francesco Paolo ARGENTIERI, cegliese, padre del Sac. Vito Maria di cui dirò dopo (abitava nella bella casa di piazza Marconi 10), erano concessi con una modesta entratura e basso canone a gente che aveva sempre lavorato, da giorno a notte, per il padrone, il massaro, il barone, il conte, il principe, ricavando appena da mangiare per sopravvivere. Ora erano chiamati ad un lavoro anche più duro e a grandi sacrifici per trasformare l’incolto, le boscaglie di lecci e macchie, in fondi spietrati e disboscati, ricchi di uliveti, vigneti, mandorleti e ficheti, ma per loro si apriva la possibilità di guadagnare qualcosa in proprio, di progredire, di possedere una casa.  Cominciarono a nascere pagghiarë casedde, muri a secco e trulli, opere d’ingegneria spontanea che oggi sono il nostro orgoglio: belli e assolutamente compatibili con il paesaggio.

In tanti vennero dai comuni vicini per avere una nuova prospettiva di vita e già nel 1876 si contavano 1000 abitanti. La frazione cresceva e crescevano le necessità del suo popolo che e giustamente pretendeva i servizi necessari e cominciarono le rivendicazioni, le proteste, le richieste nei confronti del comune capoluogo di San Vito dei Normanni.

I frazionisti-separatisti chiedevano: Illuminazione pubblica, pulizia e igiene, assistenza medica e farmaceutica, ordine pubblico, istruzione, strade, chiese, uffici comunali. Tutte cose che piano, piano si sono poi raggiunte, sempre con enormi difficoltà.

Di quel cammino, riporto qui alcuni fatti, eventi e curiosità che riprendo integralmente dal volume “San Michele Salentino tra storia e tradizione” del prof. don Antonio CHIONNA e del prof. Vincenzo PALMISANO e da Marco MARRAFFA dal suo testo “Le origini e l’evoluzione di San Michele Salentino”.

-La prima registrazione di nascita avvenuta in “pago Sancti Michaelis” il 18.12.1845 è quella di ARGENTIERI Antonio Lorenzo Salvatore, figlio di Domenico che contende il primato ad ARGENTIERI Rocco figlio Giuseppe Maria la cui nascita è registrata il 03.giugno.1845

– la chiesa grande di San Michele Arcangelo è costruita nel 1876 su suolo di proprietà di Ernesto Dentice di Frasso con l’autotassazione dei cittadini; è solennemente inaugurata il 12.02.1882, diviene parrocchia il 03.03.1901 con l’impegno e le donazioni dei sanmichelani e in particolare di Ettore TAGLIAFERRO, nobile napoletano proprietario della vicina masseria Palagogna, instancabile e fattivo artefice dell’autonomia. Nei confronti dei parrocchiani donanti per la costituzione della congrua, la chiesa assunse l’onere di adempiere ad obbligazioni (messe, anniversari e funerali) non sempre onorate.

Primo parroco è nominato, il 03.03.1901, don Pietro Nicola GALETTA (Papa Pietro), poi sostituito, la domenica del 20 ottobre 1907 con modalità tragicomiche dal compaesano don Vito Maria ARGENTIERI (papa Vitë), (figlio dell’ultimo fittavolo della Masseria San Michele); Cappellano della Chiesetta del Principe con enormi sacrifici con l’aiuto del podestà Angelo CERVELLERA e Giovanni  SAPONARO (dal 1936 al 1947) realizzò la costruzione della nuova chiesa grande di San Michele Arcangelo che dal 20.04.1960 otterrà il riconoscimento di Parrocchia

-Antonio EPIFANI fu Giuseppe (al 1851) è il primo sacrestano“senza onorario” della chiesetta del principe voluta da Maria  Francesca Caracciolo ed edificata da Francesco DENTICE nello spazio antistante Li curt

-il cimitero, sorto su suoli della famiglia “Maselatelë”, è ufficialmente inaugurato nel 1902; il progetto risaliva al 1876.

-il primo organista della chiesa dal 1907 è Michele GALETTA che si obbligava: a suonare gratuitamente l’organo in tutte le funzioni ordinarie della parrocchia

– le principali strade di comunicazione con i comuni vicini iniziano ad essere costruite dal 1870 e seguirono il tracciato dei quattro stradoni indicati nel piano enfiteutico del 1834;

– già nel 1876 c’è una scuola con due insegnati: don Vincenzo ANTELMI da Ostuni e Carlotta TURI; nel 1904 in una stanza di 24 mq. c’erano 34 iscritti, mentre nel 1914 all’insegnante Adele FRANZESE era assegnata una seconda classe con 46 alunni;

– il servizio di raccolta liquami inizia nel 1904; ma solo dal settembre 1924 l’appalto è affidato al sanmichelano Vincenzo NACCI; nel contratto si legge: Allo stesso appaltatore incombe l’onere di raccogliere in apposito carrobotte tirato da mulo o cavallo tutte le acque e le feci che saranno dai privati direttamente in esso riversate. Del passaggio di tale carrobotte saranno dati ripetuti avvisi con squillo di tromba.

-MICCOLI Rosa di Francesco di anni 17 è il primo decesso registrato in san Michele il 16.07.1841

-Il primo custode-becchino al Cimitero è CAVALIERE Giacinto nominato il 05.10.1880

-ELIA Isabella, cegliese, è la prima centenaria (103 anni) deceduta in San Michele nel 1891

-il CALVARIO è costruito verso la fine degli anni ’20-accanto alla chiesa della Madonna di Pompei. Recentemente è stato spostato e reso ancora più artisticamente importante con opere dello scultore Cosimo GIULIANO da Latiano

-primo medico condotto dal 1899 è il dott. Ettore NARDELLI, mentre già dal 1892 al dott. Michele DE LEONARDIS era affidato l’armadio farmaceutico (una prima farmacia effettiva fu autorizzata solo nel 1924);

-Primo maestro muratore a trasferirsi a San Michele nel 1846 è CAPPELLI Giuseppe da San Pancrazio, mentre il cegliese GIOIA Francesco già nel 1845 aveva costruito  case nel recinto delle curt

-TOMASIELLO Giuseppe Tommaso, taglialegna è la prima vittima sul lavoro. Muore a 40 anni il 19.08.1840 nel disboscare i terreni appena concessi in enfiteusi con l’ atto in data 04.08.1839.

– Vito ALTAVILLA fu Giuseppe è il primo accalappiacani nominato nel 1925

-il servizio ostetrico fu istituito dal 1912 con la levatrice Antonietta RICCIARDELLI GRASSI; prima il servizio era effettuato da PICOCO Maria Giuseppa deceduta il 22.07.1883 a 62 anni, la prima ad essere seppellita nel cimitero collaudato

– per l’ordine pubblico, nel 1885, (in San Michele si contavano 1400 abitati) al maestro elementare Giuseppe POMES fu affidata la delega di ufficiale di PS; l’ufficio distaccato di Polizia Municipale è autorizzato nel 1900 ed ubicato in largo Chiesa, in una casa a due piani di proprietà di Giovanni Parisi fu Angelo; mentre l’istituzione di una prima caserma dei carabinieri in via Dentice fu deliberata il 17.10.1914;

-l’ufficio postale è istituito dall’1 luglio 1907; il servizio telegrafico e telefonico invece è del 1924; quello del procacciato postale e trasporto dei cittadini, da e per San Vito, parte dall’08.05.1914 con omnibus a due cavalli gestito da Michele CAPPELLI. Si anticipava la prevenzione sanitaria poiché all’“art 6 del contratto del 18.05.1915 di rinnovo del servizio viene disposto: “è vietato fumare nella vettura”.

A proposito di norme contrattuali è interessante notare la precisione di un contratto di fitto di masseria del 1827: “Esso affittatore promette di non chiedere escomputo di merce da, per qualunque caso fortuito, divino, umano, raro, insolito, opinato ed inopinato e che mai sia stato solito accadere, rinunciando espressamente a detti casi fortuiti di cui sono stati da me notaio cerziorati”

-nel 1929 esiste una sola fontanina d’acqua potabile in via Francavilla (ora Duca D’Aosta angolo via Pisacane)

-nel novembre 1912 è istituita una sezione dello stato civile (Via Duca D’Aosta) e dal 1912 al 1917 è nominato delegato Pietro Rocco SANTORO

-l’illuminazione pubblica, nel 1880, è costituita da tre fanali a petrolio; quella elettrica sarà garantita dalla Società Elettrica Carovignese a partire dal 20.10.1924; nel contratto del 1880 si legge:, I tre lumi saranno accesi in tutte le ore in cui non vi sarà la luna, intendendovi assenza di luna, anche quando questa trovasi annuvolata. I lumi dovranno trovarsi accesi non più tardi di un’ora dopo il tramonto e non dovranno essere spenti prima di un’ora e mezza dall’uscita del sole.Il tutto per sei mesi all’anno;

-La costruzione della scuola elementare (progetto dell’ing. Salvatore Bernardini da Lecce) (con gli uffici comunali a piano terra e la scuola elementare al primo) ha inizio nel 1934. E’ inaugurata il 31.10.1937 .

Da quegli anni l’assetto urbanistico del comune ha preso l’aspetto attuale: la demolizione dì li curt, dell’ufficio postale, della chiesetta del principe e la contemporanea costruzione della scuola e della nuova chiesa di San Michele Arcangelo resero armonioso il centro del paese.

-Giuseppe SPINA è il primo commissario prefettizio che dall’08. 01.1944 sostituisce il podestà Angelo CERVELLERA, possidente di Latiano, che aveva amministrato il paese dal 1931

-il primo sindaco democraticamente eletto con le votazioni amministrative del 27 aprile 1946, per la lista: tre spighe di grano, è Giuseppe ROSMINDO

-Il 28.Mggio 1967 s’inaugura, in piazza Dante, il monumento “Gloria ai caduti-Pace per i popoli”voluto dall’amministrazione del Sindaco Francesco AZZARITO su progetto di Max BOSELLI da Lecce

-la chiesa della Madonna di Pompei nasce su terreno donato il 30.05.1927 ed è retta da don Donato SPINA; crollata negli anni ‘60, sarà ricostruita nel 2006 e riaperta al culto il 07.10.2008

Così tra una guerra mondiale e l’altra (57 caduti nella prima e 51nella seconda, con una medaglia  al valor militare assegnata a Giovanni FILOMENO); un’epidemia di colera (1886-87-88) e di vaiolo (1881 e1904), l’incendio degli uffici comunale del dicembre1943; il paese cresce, s’ingrandisce, si abbellisce e genera figli che gli danno lustro in campo artistico, professionale, culturale, militare ed economico.

Si costruiscono strade, monumenti, scuole, biblioteca e pinacoteca, giardini; si rifanno belle strade e piazze, l’economia si sviluppa con il commercio, l’artigianato, l’agricoltura, le attività turistiche alberghiere e ristoratrici. Piano, piano siamo diventati una delle più belle realtà della provincia e questo deve impegnarci nel continuare a valorizzare quel grande patrimonio storico-ambientale- culturale che in questi  anni siamo riusciti a conquistare.

C’è il rischio che i valori e le tradizioni vadano a scomparire e quindi s’impone la necessità del loro recupero anche con iniziative come queste che sono indispensabili per tramandare ai nostri figli l’amore per questo Paese.

. C’è ancora tanto da fare e questo dovrebbe essere il compito, l’obiettivo dei nostri amministratori, delle varie associazioni culturali, della scuola, prima che la modernità divori ogni altra residua memoria storica.

Termino con il pensiero di Vincenzo Palmisano,tratto dal suo spledido  “Storie”: UN PAESE SENZA MEMORIA E’ UN PAESE SENZA PROGETTO, CIOE’ SENZA FUTURO.

Sanmichelesalentino25ottobre2018edmondobellanova

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Anno nuovo, neve “vecchia”


neve-a-ceglie

(foto di Vincenzo Suma)

La neve, a dispetto dei problemi che crea alla circolazione e alle attività umane in genere, è uno dei più amati fenomeni meteorologici. Il motivo è a mio parere quella sensazione di sospensione del tempo che una nevicata provoca e che questa immagine ben rappresenta. Chi la osserva ne trae sicuramente sensazioni e ricordi. Personalmente resto legato alla nevicata storica del 1956 perché la mia prima e, peraltro neanche vista, data la tenerissima età. Me l’hanno raccontata i miei genitori, eccome me l’hanno raccontata!

“Ti ricordi una volta
Si sentiva soltanto il rumore del fiume la sera
Ti ricordi lo spazio
I chilometri interi
Automobili poche allora
Le canzoni alla radio
Le partite allo stadio
Sulle spalle di mio padre
La fontana cantava
E quell’aria era chiara
Dimmi che era così
C’era pure la giostra
Sotto casa nostra e la musica che suonava
Io bambina sognavo
Un vestito da sera con tremila sottane
Tu la donna che già lo portava
C’era sempre un gran sole
E la notte era bella com’eri tu
E c’era pure la luna molto meglio di adesso
Molto più di così
Com’è com’è com’è
Che c’era posto pure per le favole
E un vetro che riluccica
Sembrava l’America
E chi l’ha vista mai
E zitta e zitta poi
La nevicata del ’56
Roma era tutta candida
Tutta pulita e lucida
Tu mi dici di sì l’hai più vista così
Che tempi quelli
Roma era tutta candida
Tutta pulita e lucida
Tu mi dici di sì l’hai più vista così
Che tempi quelli.”

(la nevicata del 56 cantata da Mia Martini)

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Quasi mezzo secolo fa


Praticamente l’ultimo Natale a Ceglie dello smemorato.

Il Diavoletto

Gli addobbi Natalizi nella Ceglie del 1968. 

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Vecchie foto ritrovate e … pubblicate!

natale-68

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Noi diciamo NO!


Lo smemorato di Collegno

Il 4 dicembre saremo chiamati a scegliere se accogliere o respingere la Riforma Costituzionale del Governo Renzi che modificherebbe in maniera corposa l’assetto delle Istituzioni, la forma di governo, la natura della nostra democrazia. Noi, avendola letta e studiata a questa riforma diciamo NO e vi invitiamo a fare lo stesso: non esistendo il quorum ogni voto può essere decisivo.

Il nostro è un NO di merito, anche se il clima avvelenato innescato dallo stesso capo di governo sarebbe sufficiente per bocciare un intervento così pesante sulla Costituzione.

La Riforma crea un Parlamento asservito al Governo: il mix tra riforma costituzionale e legge elettorale fa sì che il partito che vince il ballottaggio pur con una bassa rappresentatività (purché abbia anche solo un voto in più del secondo) si aggiudica 340 seggi, ovvero la maggioranza assoluta alla Camera, l’unica a dare la fiducia al Governo. La Riforma…

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epp’


lontani, così vicini

Quanti sono i cegliesi nel mondo?
In vista dell’imminente referendum, sul sito istituzionale del Comune ci si imbatte nell’elenco degli elettori cegliesi che vivono all’estero (come sapete, votano anche gli italiani residenti all’estero). Sono in totale 2.585 (47.8% uomini e 52.2% donne). Dobbiamo però tenere presente che il numero corrisponde a coloro che sono maggiorenni e che si sono iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (non è obbligatorio). Sono dunque ancora di più e sono tantissimi.

A questi bisogna aggiungere i tanti nostri concittadini emigrati nel resto d’Italia per motivi di studio o di lavoro (e, in quest’ultimo caso, non sempre giovanissimi) e che poi restano lì a vivere stabilmente.

Sono dunque tante le persone e le energie che la nostra città ha perso negli anni e il trend difficilmente potrebbe invertirsi: in tanti ancora progettano e continueranno a progettare un loro futuro al di fuori della nostra comunità, per cercare quelle prospettive che qui da noi, purtroppo, faticano a trovare.

E’ una realtà triste, innanzitutto per chi deve lasciare la propria terra ma anche per chi vede allontanarsi amici, parenti. Abbiamo però la gioia di vedere quanti sempre più cegliesi si distinguono in tanti campi professionali e umani, senza mai dimenticare le loro origini e portando sempre alto il nome della nostra città.

Internet è stato rivoluzionario anche per questo (non dimentichiamo che il primo blog cegliese fu quello di Giacomo Nigro sui cegliesi nel mondo) per continuare a tenere sempre vivo il contatto tra noi tutti: tra chi è rimasto qui e la comunità dei cegliesi lontani dalla nostra terra.

Questo post è dedicato a tutti voi, amici cegliesi sparsi per il mondo.

Ovunque vi troviate.

L’originale lo trovate qui > click

Grazie!

 

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La Philìa Messapica rinsalda il legame fra i Sallentini a Baxta (Vaste)


rimangono in attesa di contrarre il patto anche i Comuni di Brindisi, Gallipoli, Carovigno, Ceglie Messapica

Italia-express

Emiliano visita il museo di Vastedi Paolo Rausa
Un patto fra 15 Comuni del Salento, sancito con la firma di una convenzione, è stato firmato sabato 23 gennaio 2016 nel Palazzo Baronale di Vaste ‘per lo svolgimento coordinato di attività volte alla valorizzazione ed alla promozione delle testimonianze archeologiche delle civiltà messapiche’. I Comuni di Otranto, Manduria, Salve, Torchiarolo, Lecce, Nardò, Muro Leccese, Oria, Cavallino, Ugento, Alezio, Poggiardo, Ortelle, Castro, Diso hanno ricordato l’alleanza messapica sancita per combattere il nemico lacedemone di Taras, che aveva soffocato la libertà delle genti che abitavano la ‘Terra di Mezzo’. Correva l’anno 437 a. C. e la riunione segreta dei Curioni Messapici piantò in quella terra sottomessa il seme del riscatto. Il desiderio d’indipendenza si rafforzò affiancandosi al sentimento di solidarietà. Così la Messapia insorse e, nel contempo, si alleò con la città di Thurii, colonia panellenica fra Kroton e Polièion, scendendo in guerra contro i Tarantini. Quasi 2.500…

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Cercasi nome


CERCASI NOME

https://www.facebook.com/hashtag/icercasinome

Questo album è ciò che insieme hanno costruito i bravi ragazzi in cerca di nome. I Cercasi Nome sono una band pugliese autoprodotta che spazia dalla musica rock alla musica pop mantenendo costante l’ identità irriverente e autoironica. Cosi si presentano i bravi ragazzi sul loro canale YouTube.

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Caporalato


caporalato

Rosarno non è solo in Calabria. Il “nuovo” Caporalato torna e si ripropone anche in Puglia, nel Salento. Ma lo sanno in pochi. Lo sannoMohammed e i suoi compagni che, cinque notti addietro, hanno visto arrivare nel campo quel ragazzo sudanese con gli occhi spiritati e la sciabola in mano, così fuori di sé da staccare a morsi l’orecchio a un connazionale. Lo sanno le ragazze africane tenute confinate nell’ultima baracca, quella a cui avvicinarsi è impossibile, costrette a soddisfare l’uomo di turno e a dover rendere conto di sé e dei soldi. Lo sanno Rosa e gli attivisti dell’associazione Diritti a Sud, gli unici, assieme alla Caritas diocesana, a recarsi ogni giorno sul posto per fornire cibo, materassi e assistenza. Poi, della vera portata di quest’altra bomba che da tempo si dice di voler disinnescare non sa più nessuno.

Ghetto di Nardò, Lecce, giugno 2016: è lo stesso, identico, copione di quattro anni fa e di ancora molto prima.

http://www.ilfattoquotidiano.it/201…

E’ stato pubblicato uno studio de The European House-Ambrosetti su dati forniti dal Sindacato Flai Cgil relativi al 2015 sul fenomeno del caporalato in Italia. L’indagine è stata illustrata al convegno di Assosomm, Associazione italiana delle agenzie per il lavoro intitolato ‘Attiviamo lavoro’.

Gli oltre 80 distretti agricoli italiani in cui si pratica il caporalato i lavoratori sopportano in percentuale: 33 casi di condizioni di lavoro “indecenti”, 22 casi di condizioni di lavoro “gravemente sfruttato”. “Più di dodici ore di lavoro nei campi per un salario di 25-30 euro al giorno, meno di 2 euro e 50 l’ora. È la situazione in cui lavorano in Italia 400 mila lavoratori sfruttati dal caporalato, stranieri nell’80% dei casi”, dice La Stampa.

“Alla paga di chi lavora sotto caporali, pari alla metà di quanto stabilito dai contratti nazionali, devono essere sottratti i costi del trasporto, circa 5 euro, l’acquisto di acqua e cibo, l’affitto degli alloggi ed eventualmente l’acquisto di medicinali. Infatti il 74% lavoratori impiegati sotto i caporali è malato e presenta disturbi che all’inizio della stagionalità non si erano manifestati. Le malattie riscontrate sono per lo più curabili con una semplice terapia antibiotica ma si cronicizzano in assenza di un medico a cui rivolgersi e di soldi per l’acquisto delle medicine.

Ad aggravare la situazione contribuisce poi il sovraccarico di lavoro, l’esposizione alle intemperie, l’assenza di accesso all’acqua corrente, che riguarda il 64% dei lavoratori, e ai servizi igienici, che riguarda il 62%. Solo nell’estate 2015 lo studio stima che le vittime del caporalato sono state almeno 10″.

Naturalmente tutto ciò sottrae alle casse dello Stato circa 600 milioni di euro ogni anno in tasse e contributi previdenziali evasi.

Il passato non ha insegnato nulla, ora i caporali sono diventati dei contractor che individuano la manodopera, sopratutto straniera, sul territorio. Ogni caporale controlla da 50 a 200 persone e riceve dalle aziende da cinque a dieci euro a lavoratore. I sindacati parlano di una paga reale di meno di trenta euro per una giornata lavorativa. E nei campi c’è sempre un controllore, delegato dal caporale a governare il lavoro dei braccianti.

Eppure la legge che rende il caporalato un reato penale è una realtà. Evidentemente ha un funzionamento problematico, essa si basa sull’articolo 633 bis del codice penale; ha recepito parzialmente la direttiva 52/2009 dell’Unione europea, manca, però, la parte più importante della direttiva: quella che da la possibilità ai lavoratori immigrati irregolari di denunciare le condizioni di sfruttamento lavorativo, ottenendo così un procedimento di regolarizzazione. Non è un caso, come spesso avviene si recepiscono le norme comunitarie, ma si svuotano di contenuto. Intanto il governo ha presentato un ulteriore disegno di legge e che è all’esame del Senato, prevede indennizzi per le vittime, un piano di interventi per l’accoglienza dei lavoratori agricoli stagionali, l’inasprimento degli strumenti penali con arresti e confisca dei beni.

Occorre comunque lavorare a livello territoriale con un’attenzione particolare al sistema di trasporto dei lavoratori agricoli, tener conto che, per combattere questo fenomeno, serve un gioco di squadra tra Istituzioni, sindacati e associazioni d’impresa. Tutti devono fare la loro parte, cittadini in primis.

 Pubblicato qui: http://www.agoravox.it/Caporalato-una-storia-infinita.html#forum78351

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vai col FAI!


Madonna della Gotta - Speleocem
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La Madonna della grotta è dapprima una grotta naturale ricca di stalattiti e stalagmiti che presenta ambienti utilizzati intorno al 900 d. C. dai monaci basiliani e stretti passaggi con gallerie riccamente decorate dalla natura. La funzione religiosa del luogo è testimoniata dagli affreschi in stile bizantino e dagli altari in pietra. L’affresco della Vergine con il bambino dà il nome alla chiesa e alla contrada. Nel XIV secolo sull’antico luogo di culto viene costruita la chiesa ad opera del maestro-architetto Domenico De Juliano. La facciata della chiesa, in bugnato rustico, presenta un rosone e due campanili a vela, lo stile ricorda un tardo gotico. A fianco della chiesa il corpo masserizio dell’odierna fattoria più volte rimaneggiata nel corso dei secoli, probabilmente in origine locali di un antico chiostro poi destinati a beneficio dei tanti pellegrini che in primavera si recavano al santuario mariano (in particolare nel XVI sec.). Questo luogo d’incanto, in cui gli aspetti naturalistici si fondono in armonia con quelli culturali, si raggiunge da Ceglie percorrendo per sei chilometri la vecchia strada per Francavilla Fontana.

chiesa madonna della grotta ceglie messapica fai

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Bertinotti e signora in vista a Ceglie Messapica


berty e lella

Dopo aver visitato la locale sezione di Comunione e Liberazione (istituita per l’occasione), il Presidente Emerito ha brevemente ricordato, con un sobrio discorso di due ore e mezza, i tempi magnifici e progressivi in cui, con sprezzo del pericolo, minava alla base i governi del così detto ulivo, spianando la strada al meraviglioso ventennio berlusconiano che tanto bene portò alla Patria comune. Una targa è stata scoperta, per l’occasione abbasc u mundurron luogo caro al caro berty, nomignolo predisposto seduta stante dagli amici della locale amministrazione con numerosi esponenti di rifondazione alfanista.

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il biscotto cegliese alla ribalta


biscotto cegliese

Voglio segnalarvi un articolo apparso sulle pagine web del sito Turismo.it partner de La Stampa di Torino, giornale che di tanto in tanto si occupa delle nostre zone. Mi pare completo, ma mi sono permesso di adattare il testo allo stile del blog.

A Ceglie Messapica la mandorla ha una tradizione lunghissima. La posizione ottimale ed il clima della bella località pugliese hanno favorito lo sviluppo della coltivazione del mandorlo in decine di varietà, di cui 40 ancora oggi presenti sul territorio, anche se alcune, purtroppo, ridotte a pochi esemplari. Proprio le ottime mandorle locali sono diventate l’ingrediente principale della ricetta più emblematica del paese, quella del Biscotto di Ceglie.

Non è un caso se l’emblema di un territorio come quello del comune di Ceglie Messapica  sia proprio un’antica ricetta a base del gustoso frutto secco locale. Da almeno tre secoli, infatti, nel bel comune dell’Alto Salento si produce un tradizionale biscotto che sprigiona tutto il sapore delle mandorle con le quali si ottiene l’impasto, e dell’uva oppure delle ciliegie delle colture del luogo impiegate per la preparazione della marmellata utilizzata come farcitura. Il Biscotto di Ceglie, dunque, in un piccolo cubo di pasta di mandorle racchiude l’intera tradizione contadina della località pugliese e, non a caso, è da lungo tempo uno dei protagonisti delle grandi occasioni, come i banchetti nuziali. Basti pensare che fino a non molti decenni fa rappresentava un elemento immancabile delle bomboniere cegliesi.

La ricetta del Biscotto di Ceglie, localmente chiamato con il termine dialettale “U’Pisquett’l”, ha meritato l’inserimento nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT), oltre che la tutela della Fondazione Slow Food che, attraverso l’istituzione di un Presidio dotatosi di un rigido Disciplinare di produzione basato sull’utilizzo di soli prodotti del territorio comunale, punta alla riscoperta degli antichi sapori e delle colture tradizionali locali, alcune delle quali rischiano di scomparire.

Il Biscotto di Ceglie è, dunque, un gustoso dolcetto di pasta di mandorle farcito con marmellata di ciliegia o di uva. Ha la forma di un cubo irregolare e sfoggia un invitante colore bruno conferito dall’utilizzo di mandorle tostate per l’impasto e dalla glassa a base di zucchero e cacao talvolta utilizzata come copertura.

Ancora oggi a Ceglie Messapica è ancora diffusa l’usanza di preparare in casa il gustoso biscotto locale che rappresenta, anche, uno dei prodotti di punta di forni e pasticcerie locali. Anche i ristoranti ne propongono spesso la propria versione seppure, talvolta, rivisitata in base alla creatività e all’ispirazione del cuoco. Perchè lo si possa, però, chiamare Biscotto di Ceglie, deve rispettare alcuni dei requisti imposti dal Disciplinare che prevede l’utilizzo di mandorle di varietà Cegliese per almeno il 70% che possono essere addizionate con altre varietà come Sepp D’Amic, Spappacarnale, Sciacallo, Tondina o Sandricana, Martinese, Albanese, Sant’ Anna, Zia Pasqua, Gianfreda, Mingunna, Amenela amara, fino ad un massimo del 30%. La farcitura deve essere, invece, a base di confettura ottenuta da sole ciliegie di varietà locali (Capa di Serpa, Mascialora, Cirasona) o uve di tipo Verdeca, Bianco di Alessano, Fiano, Susumaniello, Ottavianello, Bombino, Francavilla, Malvasia, Impigno, Moscato o Somarello Notardomenico.

Non è un caso che sia stata proprio una ricetta a base di mandorle a diventare il simbolo della bella località salentina. Le decine di varietà ancora presenti sul territorio e la tradizione secolare, come testimoniato dagli scritti di Vincenzo Corrado della fine del XVIII secolo, rendono, infatti, questa coltura una delle più rappresentative del territorio cegliese.

Sebbene sia quasi impossibile reperire al di fuori dei confini comunali gli ingredienti indicati nel Disciplinare di produzione, si può comunque provare a preparare in casa, rispettando le proporzioni della ricetta originale, i gustosi biscotti pugliesi che, una volta pronti, saranno ottimi da gustare assieme ad un bicchiere di liquore o di vino dolce.
La ricetta: Biscotto di Ceglie. Ingredienti: un chilo di mandorle (di cui il 50% tostate), 120 grammi di marmellata di ciliegie o di uva, 300 grammi di zucchero, 50 grammi di miele, 3 o 4 uova, 10 millilitri di rosolio di agrumi, la scorza grattugiata di un limone. Tritate finemente le mandorle precedentemente spellate, scottate in acqua bollente e tostate (per il 50%), e lavoratele con lo zucchero, il miele, il rosolio, la scorza di limone e le uova in quantità sufficiente a rendere l’impasto lavorabile mantenendolo, però, abbastanza duro. Ricavatene delle strisce di circa 12-14 centimetri di larghezza, 35-40 di lunghezza e 1,5 di spessore. Spalmate la marmellata sul bordo e ripiegate la striscia su sé stessa, continuando fino ad arrotolarla completamente, lasciando la marmellata al centro. Otterrete, così, dei filoncini di impasto farciti che taglierete in quadratini di circa 5 centimetri che sistemerete, quindi, su una placca da forno lievemente infarinata e cuocerete per circa 15-20 minuti a 160°-180°. Potete, quindi, se lo desiderate, procedere ad una leggera glassatura (“gileppapura”) dei biscotti facendo sciogliere dello zucchero nell’acqua e scaldando fino a quando non comincerà a filare. Fate freddare il composto, poi sbattetelo energicamente fin quando non diventi bianco e scioglietelo a bagnomaria aggiungendo il cacao (circa 100 grammi per ogni chilo di zucchero). Immergente, quindi, i biscotti nella glassa (“gileppo”) e fateli asciugare per circa 3-5 minuti.

 

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